ULTIMA MODIFICA IL 13 06 2011
Paolo Traniello, 1999 :
... le biblioteche pubbliche statali italiane non svolgono per lo più quella funzione che è considerata oggi come propria della biblioteca pubblica: ... sono invece evidentemente destinate a categorie specifiche di lettori e quindi si pongono con i caratteri più delle biblioteche specializzate o delle biblioteche storiche che delle biblioteche pubbliche …
Questa “nozione”, “considerata oggi come propria della biblioteca pubblica”, appare ben più “equivoca” di come spiegato da Giovanni Cecchini nel 1966 ... Oggi ciò che appare “equivoca”, infatti, è la volontà di dare uno straccio di copertura teorica e assecondare la dolosa propensione della corporazione dei bibliotecari italiani a comprimere l’indispensabile (per l’utente e per il buon funzionamento del Servizio Pubblico biblioteca) carico di lavoro legato alla gestione dei libri della biblioteca ... ...
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... le biblioteche pubbliche statali italiane non svolgono per lo più quella funzione che è considerata oggi come propria della biblioteca pubblica: ... sono invece evidentemente destinate a categorie specifiche di lettori e quindi si pongono con i caratteri più delle biblioteche specializzate o delle biblioteche storiche che delle biblioteche pubbliche …
Questa “nozione”, “considerata oggi come propria della biblioteca pubblica”, appare ben più “equivoca” di come spiegato da Giovanni Cecchini nel 1966 ... Oggi ciò che appare “equivoca”, infatti, è la volontà di dare uno straccio di copertura teorica e assecondare la dolosa propensione della corporazione dei bibliotecari italiani a comprimere l’indispensabile (per l’utente e per il buon funzionamento del Servizio Pubblico biblioteca) carico di lavoro legato alla gestione dei libri della biblioteca ... ...
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«Il Bibliotecario» - III serie 2010 n. 3
Indice
«Il Bibliotecario» - III serie 2010 n. 3
Indice
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"Uno dei temi più attuali riguardante le biblioteche è sia quello dei loro orari di apertura sia quello della loro capacità e prontezza nel mettere a disposizione le loro raccolte.
[ (Marina Panetta, p. 167 - 173) "Riguardando i nostri regolamenti dal 1907, sarei portata a rovesciare il giudizio, solitamente negativo, che si dà in dottrina circa la politica dell’Italia appena unita circa la gestione del patrimonio storico artistico e documentario che oggi chiamiamo “beni culturali” … Il regolamento del 1907 annoverava 39 Biblioteche pubbliche governative – non importa qui dire quali – e riconosceva al Ministero la facoltà di riunire le biblioteche minori alle maggiori nella stessa città, regolarne l’uso pubblico, specializzarle e convertirle in musei del libro. Grande preveggenza di cui i riformatori del 2009 (che teoricamente e politicamente dovrebbero richiamarsi alla tradizione del liberalismo illuminato mentre invece si sono fatti trainare dai potentati burocratici sindacali di tutt’altro segno e di lungo anzi lunghissimo corso) non hanno fatto tesoro!" ]
Sappiamo – si veda il qui presente saggio su “Come va intesa l’Informazione” – che a rendere difficile e penoso l’accesso alle biblioteche si ergono due ostacoli : il primo è di ordine logistico e di gelosa avarizia, semplice nella natura ma non per questo meno ostativo e nocivo, il secondo più importante e complesso che è invece di natura informazionale.
Il primo impedimento ha a che fare con l’esercizio malsano di una autorità che viene esercitata da parte del personale bibliotecario responsabile, e che si fa valere nel negare l’accesso al materiale librario come fosse di loro proprietà e non patrimonio della intera collettività, sulla base di vari pretesti, da quello della conservazione e della tutela a quello della mancanza di sorveglianti. Questa forma di diniego è divenuta l’unico residuo di un potere di cui si vorrebbe disporre, giustificata quindi dal tentativo di valorizzare i fondi librari con il rifiuto di accedervi e di consultarli.
In proposito ho detto altre volte che le biblioteche devono essere accoglienti e generose fino alla licenza, così come le vergini-prostitute dei templi pagani, sacre ed insieme sfrenate nella lussuria di un amore divino.
Il secondo impedimento … …
I libri e le biblioteche non esistono quindi, di per sé e per sé, quali archivi del sapere ma come depositi ed occasioni per arricchire e potenziare le capacità informazionali dei loro lettori …
Vuoi le corrispondenze fra fondi librari e servizi bibliotecari, vuoi le strutture catalografiche di accesso alle raccolte librarie vanno allora riconsiderate alla luce di quanto sopraddetto, non nei termini della distribuzione di una risorsa – l’informazione – che non esistendo non è diffondibile, ma nei termini dell’allestimento delle tecniche e degli elementi di mediazione che ne rendono possibile la percezione, l’assorbimento, ed il metabolismo"
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"Un riesame dei principi di catalogazione [p. 83 – 97] - Le biblioteche sono formate di libri, o documenti, che contengono opere letterarie…
Da parte delle biblioteche i libri vengono raccolti, ordinati e conservati per servire alle esigenze di chi vorrà leggerli … Le ricerche degli utenti di una biblioteca sono rivolte a procurarsi dei libri che soddisfino all’una o all’altra delle due esigenze: 1. ottenere una certa opera; 2. ottenere quelle opere che possono informare su un certo argomento.
Per consentire agli utenti l’utilizzo delle raccolte librarie così che essi raggiungano l’uno o l’altro dei due obiettivi della ricerca, la biblioteca è tenuta a organizzare i libri o i loro surrogati, cioè le registrazioni catalografiche, in quei modi che meglio favoriscono la soddisfazione dell’una o dell’altra delle suddette esigenze, ossia a stabilire delle piste di ricerca libraria e catalografica che permettano d’individuare le opere e i loro contenuti, e di riferire le prime e i secondi ai libri posseduti …
[ “La biblioteca non è un deposito di libri e di documenti, e non basta considerarla una raccolta di libri e di documenti; essa è l’organizzazione di una raccolta di libri e di documenti …
È nei cataloghi e nelle procedure che permettono il recupero o il ritrovamento delle unità bibliografiche a partire dal loro contenuto, che consiste l’attività mediatrice della biblioteca tra sorgente di informazione registrata e suoi fruitori …
In realtà si tratta di organizzare un corpus di conoscenze, che nelle grandi biblioteche ha un’ampiezza universale, in uno schema generale … che comprenda e giustifichi, nel suo interno, la collocazione di qualsiasi nozione. Questo schema o disposizione universale, in quanto ha impronta obiettiva e interpersonale, viene condiviso anche dagli utenti, e serve quindi da base di comunicazione e di intesa tra loro e i depositi di informazione …
L’impiego di un calcolatore di per sé non supplisce alla mancanza di una filosofia, di una sociologia, di una politica culturale; non migliora l’efficienza dei sistemi e delle tattiche di organizzazione e di recupero dei documenti o della informazione … L’elaboratore ci restituisce ciò che vi abbiamo messo; se ci mettiamo mediocrità, confusione, errori, ce li ridà moltiplicati alcune migliaia di volte”
(La biblioteca di fronte alla rivoluzione concettuale e tecnologica della scienza moderna, relazione presentata al XVIII Congresso dell’ AIB, Venezia, 30 maggio 1968; in, Sistemi bibliotecari e meccanismi catalografici, Roma, Bulzoni, 1980, p. 199 – 222) ]
I cataloghi attuali … continuano a essere impostati sull’atteggiamento tradizionale della biblioteca che, di volta in volta, reagisce all’arrivo del libro e ne prepara la citazione da inserire al catalogo. I cataloghi si formano così per aggiunte successive di schede, ognuna delle quali rispecchia individualmente la situazione bibliografica di un singolo libro. In questo modo, non soltanto l’origine dei dati riportati sulla scheda è nel libro appena arrivato, ma lo è anche la loro destinazione; in altre parole le condizioni della consultabilità dei dati finiscono per essere un riflesso in avanti della loro origine. I cataloghi così rispondono ai libri piuttosto che rispondere a ciò che i lettori cercano nei libri.
Occorre ribaltare la prospettiva di impiego dei cataloghi, indirizzandola deliberatamente e risolutamente verso l’utenza; e di conseguenza, rovesciata la direzione degli obiettivi, occorre modificare radicalmente i principi, la struttura e il funzionamento dei cataloghi stessi … È necessario procedere a un riesame degli obiettivi dei cataloghi, tenendo anzitutto d’occhio le situazioni nelle quali si instaurano le domande che vogliono trovare risposta attraverso le registrazioni riportate nei libri e nei documenti … …
Un assetto catalografico, che impronti le funzioni del catalogo sulle categorie della ricerca delle opere e del loro contenuto, non si risolve così soltanto in una elencazione di dati provenienti dalle opere e dai libri che vengono catalogati, ma comporta l’allestimento di tre strutture di organizzazione, intermedianti fra i libri e gli utenti. Esse sono: 1. la struttura letteraria e bibliografica delle opere; 2. la struttura biografico-onomastica degli autori; 3. la struttura scientifico-culturale-disciplinare dei contenuti semantici delle opere… la letteraria, la biografica, la semantica … La situazione dei cataloghi va corretta trasformando i cataloghi per autori in cataloghi per opere; la struttura delle opere diventa la struttura portante del catalogo … La struttura biografica viene così a separarsi da quella delle opere … ... ...
La nuova organizzazione catalografica - quella da costruire - dovrà stabilire finalmente un rapporto corretto fra gli stati logici delle descrizioni documentarie e le condizioni logiche dei corrispondenti canali della ricerca documentaria ...
[ "Purtroppo, oggi, ... l‘utente cerca ciò che sa o presume che ci sia, non ciò di cui ignora l‘esistenza e che potrebbe tornargli immensamente utile"
(Flosculi Bibliographici, Roma, Bulzoni, 2001, p. 96)
"Le biblioteche sono in larga parte ancora giacimenti dell'ignoto ... Quel che va fatto è anzitutto cercar di conoscere – in termini culturali, bibliografici, e catalografici – l‘esistente"
(Le fate morgane della digitalizzazione, in, «Il Bibliotecario» - III serie 2009, n. 1) ]
La biblioteca pubblica [p. 3 – 24] – La biblioteca pubblica è pubblica per destinazione, indipendentemente da chi ne sia il proprietario … Le biblioteche pubbliche, nella varietà e nella molteplicità delle loro utenze, rispecchiano la varietà e la molteplicità dei bisogni e degli interessi informazionali presenti in una società. La gamma e i gradi di universalità o di particolarità bibliografica che ciascuna biblioteca possiede risulta dalle necessità e dalle specializzazioni culturali e scientifiche esistenti, e dal modo in cui le une e le altre si distribuiscono …
La istituzione e il funzionamento di una biblioteca pubblica, quindi, vanno sorretti e incessantemente permeati dalla convinzione che i libri acquistati, procurati e messi a disposizione servono, oltre che a soddisfare determinate necessità scientifiche ed economiche, a stimolare e ad accrescere le occasioni di sviluppo e della coscienza intellettuale e morale di ogni individuo di una comunità, quale che sia il suo livello culturale e le sue capacità di innalzarlo ... .. La biblioteca Angelica era destinata ... « A tutti coloro che hanno voglia di entrare » ... Anche l’Ambrosiana, pur essendo principalmente al servizio di un Collegio di dottori, era generosamente aperta a tutti; nelle Constitutiones di Federico Borromeo essa veniva dichiarata « ad omnium communem usum » ... .. Questa destinazione ideale della biblioteca pubblica risulta trascurata ogni qual volta lo scopo intellettuale della biblioteca si confonde o viene sopraffatto dagli scopi applicativi e strumentali, col risultato che gruppi di biblioteche o singole biblioteche operano esclusivamente per rispondere a esigenze particolari o specifiche, e non come elementi specializzati di una struttura bibliotecaria generale …
L’incertezza sulle finalità delle biblioteche e lo smarrimento dell’idea ispiratrice della biblioteca pubblica sono certamente dovute alla complessificazione e alla conseguente frammentazione della biblioteca … Si è giunti così a un esito grottesco: le biblioteche, sussidiate da fondi pubblici, vivono, al di fuori di una destinazione pubblica globale, soltanto per assolvere a certi compiti specializzati nei limiti e nei modi che le biblioteche stesse si sono attribuiti. Alcune biblioteche si sono rese istituzionalmente autonome rispetto all’imperativo morale del servizio pubblico, altre con tale servizio hanno perduto di fatto un qualsiasi rapporto di congruità.
In effetti le biblioteche statali italiane, dalle maggiori alle minori, hanno sempre di più risposto alle richieste provenienti dal loro pubblico naturale in due modi: con la progressiva diminuzione dei servizi offerti e con la sostituzione di funzioni secondarie e sostanzialmente superflue, ove non addirittura dannose, a quelle primarie di istituto che non riuscivano e non riescono più a svolgere in modo efficiente.
Sono lontani i tempi in cui un direttore come Giraldi riuscì a tenere aperta la Nazionale Centrale di Firenze anche la domenica mattina; oggi lì e altrove non solo gli orari di apertura sono ridotti, ma sono drasticamente ridotti rispetto al passato anche gli orari di distribuzione del materiale librario. La chiusura al pubblico come soluzione dei problemi - quotidiani – di funzionamento e di gestione è all’ordine del giorno …
All’uso libero della biblioteca (soprattutto delle maggiori) ostano inoltre anche regolamenti interni che individuano nel lettore un pericoloso sovversivo da contenere e da controllare: vengono richiesti illegali (stante il regolamento in vigore) permessi di accesso; viene impedito di spostarsi da una sala all’altra, con le immaginabili difficoltà per il ricercatore; viene limitato numericamente l’accesso al pubblico a determinate sale o alla biblioteca nel suo complesso; viene limitato al minimo di due o tre il numero delle opere che è possibile richiedere; e così via.
In compenso, se fornire il libro al lettore è diventato compito troppo difficile e ritenuto comunque non essenziale, si lavora indefessamente a organizzare mostre, sui temi e sugli argomenti più diversi, con l’ovvia distrazione di personale e fondi da altri compiti, con la chiusura di sale, con il sequestro di materiale librario sottratto per molto tempo alla consultazione; e si diffonde sempre più l’idea che invece del libro basta fornire al pubblico una generica informazione sui libri via computer, umiliando così sia il lettore generico, che in realtà vorrebbe soprattutto leggere, sia il ricercatore che in genere di questo tipo di « informazioni » non ha bisogno, e che invece vorrebbe avere la possibilità di utilizzare al meglio, direttamente e rapidamente, il patrimonio librario conservato …
Vanno al più presto restaurati e rispettati nelle biblioteche pubbliche statali: il diritto all’informazione, il diritto all’accesso, il diritto al libro, il diritto d’uso e di vivibilità"
(Funzioni delle biblioteche e diritti del pubblico, in, Giornate Lincee sulle Biblioteche Pubbliche Statali, Roma, 1994) ]
Per quanto concerne l’organizzazione e il funzionamento della biblioteca, la finalità pubblica e l’utilizzazione da parte del pubblico sono ancora non solo i criteri prevalenti del giudizio, ma i criteri fondamentali ... [ "Le esigenze informazionali mutano non solo fra utenti diversi ma anche nello stesso utente con il semplice passare del tempo e con l'evolversi delle sue ricerche; ... le carenze informazionali spesso rimangono insoddisfatte perché l'utente non sa dove rivolgersi, e a quali fonti bibliografiche e catalografiche ricorrere ... Da qui risulta come una delle responsabilità più importanti delle biblioteche sia quella non solo di guidare di volta in volta l'utente nelle sue ricerche, ma di offrire le occasioni per educarne le capacità di orientamento nella sfera bibliografica di suo interesse, e per elevarne l'intelligenza in generale delle tecniche e delle procedure di consultazione bibliografica"
(Guida alla Biblioteconomia, Firenze, Sansoni, 1981, p. 39) ]
L’universalità bibliografica e le esigenze della universalità degli utenti vengono così soddisfatte attraverso una struttura che, essendo unificata per quel che riguarda gli obiettivi della biblioteca pubblica, può agire anche per mezzo di centri di servizio che siano fisicamente separati e distinti. È stata la mancata identificazione degli adempimenti della biblioteca pubblica con l’insieme delle biblioteche pubbliche di una regione o di una nazione a mettere in crisi il significato e la funzione della biblioteca nell’ultimo mezzo secolo …
Occorre tener comunque presente che quando si parla di biblioteche pubbliche si intende riferirsi a biblioteche pubbliche adeguate, ossia a biblioteche che, oltre all’intenzione di essere pubbliche, abbiano raccolte librarie adeguate, cataloghi bibliotecari adeguati, e servizi bibliotecari adeguati … Agli utenti deve venire offerto, concretamente, attraverso l’insieme delle biblioteche del sistema, un repertorio universale delle situazioni e degli eventi intellettuali, scientifici e culturali …
Succede facilmente che biblioteche pubbliche … mantengano solo fittiziamente la loro natura pubblica …
["Neanche le 8 biblioteche statali romane costituiscono oggi un sistema bibliotecario che, complessivamente, attui l’ideale della biblioteca pubblica per una città come Roma …
Le biblioteche pubbliche presenti valgono e contano per i libri che casualmente posseggono, di certe epoche e di certi filoni disciplinari, dovuti a mode culturali o ad improvvisi capricci ideologici, non perché formino una struttura coordinata e coerente di raccolte, di acquisti e di servizi …
Per avere tutto questo occorre decuplicare le spese per gli acquisti ripartendoli con un piano rigoroso di specializzazioni che si estenda sulla universalità delle conoscenze e delle notizie.
Risparmi notevoli tuttavia si avrebbero con una centralizzazione operativa del programma di acquisti e delle procedure di catalogazione… ..
Il programma di razionalizzazione dovrebbe comprendere anche la riunione presso un’unica biblioteca statale dei fondi antichi posseduti dalle altre 7 biblioteche …
Del resto quasi tutte le grandi biblioteche – basti l’esempio della Vaticana ritenuta un paradiso dagli studiosi – sono in verità un coarcevo di fondi e di raccolte provenienti da altre biblioteche … ..
Le 8 biblioteche diventerebbero i nuclei di utenza del sistema, di servizio per il settore assegnato e di ragguaglio catalografico per tutti gli altri centri. Tenendo conto del rendimento complessivo del sistema, le economie rispetto all’odierno pigro e irrazionale funzionamento delle 8 biblioteche, sconnesse, ripetitive e lacunose, sarebbero considerevoli. La spesa per quanto modesta di oggi, di fronte ai risultati che fornisce, è comunque uno sciupio vistoso"
(Temi di attualità bibliotecaria, Roma, Bulzoni, 1981, p. 54 – 58) ]
È questa purtroppo la situazione generale delle biblioteche pubbliche italiane: le quali né con le raccolte né con i cataloghi né con i servizi interpretano l’autentico spirito della biblioteca pubblica; ma si limitano a essere, individualmente e localmente, o biblioteche casuali o senza volto, o biblioteche arbitrariamente e saltuariamente specializzate, o biblioteche paternalisticamente popolari, o perfino nient’altro che depositi di cascami bibliografici inutili e falsi sin dalla nascita. Le biblioteche italiane sono per lo più aperte al pubblico, anche se in ore poche e scomode; ma la loro apertura è soltanto fisica, ossia vi si può entrare, non è l’apertura come insieme di condizioni e di facilitazioni organizzate e coordinate per la soddisfazione delle richieste e delle necessità di tutti. Che le biblioteche non siano chiuse, quindi, non vuol dire che esse siano aperte nel senso che sono lì per offrire un apparato bibliografico adeguato, una mediazione catalografica orientata sull’utenza, e un corredo di servizi misurato sui bisogni e sulle esigenze dei lettori"
[ “Le biblioteche … mettono a disposizione quei servizi bibliografici che il singolo non si può procurare perché troppo costosi; il loro uso da parte di un certo numero di lettori ne rende vantaggiose le funzioni e le operazioni in un senso collettivo-mutualistico, anche al di fuori delle giustificazioni genericamente culturali o educative. La biblioteca quindi, esaminata al vaglio della coscienza sociale, si ripaga con i benefici culturali, educativi e intellettuali che distribuisce a tanti individui che non potrebbero, separatamente, procurarseli …
Anche se la verifica tra spesa e rendimento non è immediata e continua, si instaura, prima o poi, un clima che è di approvazione per le istituzioni rispondenti, e di disinteresse per quelle che invece trascurano i confronti con la realtà e le preoccupazioni intorno all’utilità … … Oggi i casi più frequenti non sono quelli di collezioni librarie assalite da utenti impropri quanto quelli di collezioni librarie disertate e inutilizzate”
(Sistemi bibliotecari e meccanismi catalografici, Roma, Bulzoni, 1980, p. 15 - 38) ]
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(Alfredo Serrai, editoriale e Come va intesa l’Informazione, p. 9 – 20)
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Alfredo Serrai, Biblioteche e Cataloghi, Firenze, Sansoni, 1983
"Un riesame dei principi di catalogazione [p. 83 – 97] - Le biblioteche sono formate di libri, o documenti, che contengono opere letterarie…
Da parte delle biblioteche i libri vengono raccolti, ordinati e conservati per servire alle esigenze di chi vorrà leggerli … Le ricerche degli utenti di una biblioteca sono rivolte a procurarsi dei libri che soddisfino all’una o all’altra delle due esigenze: 1. ottenere una certa opera; 2. ottenere quelle opere che possono informare su un certo argomento.
Per consentire agli utenti l’utilizzo delle raccolte librarie così che essi raggiungano l’uno o l’altro dei due obiettivi della ricerca, la biblioteca è tenuta a organizzare i libri o i loro surrogati, cioè le registrazioni catalografiche, in quei modi che meglio favoriscono la soddisfazione dell’una o dell’altra delle suddette esigenze, ossia a stabilire delle piste di ricerca libraria e catalografica che permettano d’individuare le opere e i loro contenuti, e di riferire le prime e i secondi ai libri posseduti …
[ “La biblioteca non è un deposito di libri e di documenti, e non basta considerarla una raccolta di libri e di documenti; essa è l’organizzazione di una raccolta di libri e di documenti …
È nei cataloghi e nelle procedure che permettono il recupero o il ritrovamento delle unità bibliografiche a partire dal loro contenuto, che consiste l’attività mediatrice della biblioteca tra sorgente di informazione registrata e suoi fruitori …
In realtà si tratta di organizzare un corpus di conoscenze, che nelle grandi biblioteche ha un’ampiezza universale, in uno schema generale … che comprenda e giustifichi, nel suo interno, la collocazione di qualsiasi nozione. Questo schema o disposizione universale, in quanto ha impronta obiettiva e interpersonale, viene condiviso anche dagli utenti, e serve quindi da base di comunicazione e di intesa tra loro e i depositi di informazione …
L’impiego di un calcolatore di per sé non supplisce alla mancanza di una filosofia, di una sociologia, di una politica culturale; non migliora l’efficienza dei sistemi e delle tattiche di organizzazione e di recupero dei documenti o della informazione … L’elaboratore ci restituisce ciò che vi abbiamo messo; se ci mettiamo mediocrità, confusione, errori, ce li ridà moltiplicati alcune migliaia di volte”
(La biblioteca di fronte alla rivoluzione concettuale e tecnologica della scienza moderna, relazione presentata al XVIII Congresso dell’ AIB, Venezia, 30 maggio 1968; in, Sistemi bibliotecari e meccanismi catalografici, Roma, Bulzoni, 1980, p. 199 – 222) ]
I cataloghi attuali … continuano a essere impostati sull’atteggiamento tradizionale della biblioteca che, di volta in volta, reagisce all’arrivo del libro e ne prepara la citazione da inserire al catalogo. I cataloghi si formano così per aggiunte successive di schede, ognuna delle quali rispecchia individualmente la situazione bibliografica di un singolo libro. In questo modo, non soltanto l’origine dei dati riportati sulla scheda è nel libro appena arrivato, ma lo è anche la loro destinazione; in altre parole le condizioni della consultabilità dei dati finiscono per essere un riflesso in avanti della loro origine. I cataloghi così rispondono ai libri piuttosto che rispondere a ciò che i lettori cercano nei libri.
Occorre ribaltare la prospettiva di impiego dei cataloghi, indirizzandola deliberatamente e risolutamente verso l’utenza; e di conseguenza, rovesciata la direzione degli obiettivi, occorre modificare radicalmente i principi, la struttura e il funzionamento dei cataloghi stessi … È necessario procedere a un riesame degli obiettivi dei cataloghi, tenendo anzitutto d’occhio le situazioni nelle quali si instaurano le domande che vogliono trovare risposta attraverso le registrazioni riportate nei libri e nei documenti … …
Un assetto catalografico, che impronti le funzioni del catalogo sulle categorie della ricerca delle opere e del loro contenuto, non si risolve così soltanto in una elencazione di dati provenienti dalle opere e dai libri che vengono catalogati, ma comporta l’allestimento di tre strutture di organizzazione, intermedianti fra i libri e gli utenti. Esse sono: 1. la struttura letteraria e bibliografica delle opere; 2. la struttura biografico-onomastica degli autori; 3. la struttura scientifico-culturale-disciplinare dei contenuti semantici delle opere… la letteraria, la biografica, la semantica … La situazione dei cataloghi va corretta trasformando i cataloghi per autori in cataloghi per opere; la struttura delle opere diventa la struttura portante del catalogo … La struttura biografica viene così a separarsi da quella delle opere … ... ...
La nuova organizzazione catalografica - quella da costruire - dovrà stabilire finalmente un rapporto corretto fra gli stati logici delle descrizioni documentarie e le condizioni logiche dei corrispondenti canali della ricerca documentaria ...
[ "Purtroppo, oggi, ... l‘utente cerca ciò che sa o presume che ci sia, non ciò di cui ignora l‘esistenza e che potrebbe tornargli immensamente utile"
(Flosculi Bibliographici, Roma, Bulzoni, 2001, p. 96)
"Le biblioteche sono in larga parte ancora giacimenti dell'ignoto ... Quel che va fatto è anzitutto cercar di conoscere – in termini culturali, bibliografici, e catalografici – l‘esistente"
(Le fate morgane della digitalizzazione, in, «Il Bibliotecario» - III serie 2009, n. 1) ]
La biblioteca pubblica [p. 3 – 24] – La biblioteca pubblica è pubblica per destinazione, indipendentemente da chi ne sia il proprietario … Le biblioteche pubbliche, nella varietà e nella molteplicità delle loro utenze, rispecchiano la varietà e la molteplicità dei bisogni e degli interessi informazionali presenti in una società. La gamma e i gradi di universalità o di particolarità bibliografica che ciascuna biblioteca possiede risulta dalle necessità e dalle specializzazioni culturali e scientifiche esistenti, e dal modo in cui le une e le altre si distribuiscono …
La istituzione e il funzionamento di una biblioteca pubblica, quindi, vanno sorretti e incessantemente permeati dalla convinzione che i libri acquistati, procurati e messi a disposizione servono, oltre che a soddisfare determinate necessità scientifiche ed economiche, a stimolare e ad accrescere le occasioni di sviluppo e della coscienza intellettuale e morale di ogni individuo di una comunità, quale che sia il suo livello culturale e le sue capacità di innalzarlo ... .. La biblioteca Angelica era destinata ... « A tutti coloro che hanno voglia di entrare » ... Anche l’Ambrosiana, pur essendo principalmente al servizio di un Collegio di dottori, era generosamente aperta a tutti; nelle Constitutiones di Federico Borromeo essa veniva dichiarata « ad omnium communem usum » ... .. Questa destinazione ideale della biblioteca pubblica risulta trascurata ogni qual volta lo scopo intellettuale della biblioteca si confonde o viene sopraffatto dagli scopi applicativi e strumentali, col risultato che gruppi di biblioteche o singole biblioteche operano esclusivamente per rispondere a esigenze particolari o specifiche, e non come elementi specializzati di una struttura bibliotecaria generale …
L’incertezza sulle finalità delle biblioteche e lo smarrimento dell’idea ispiratrice della biblioteca pubblica sono certamente dovute alla complessificazione e alla conseguente frammentazione della biblioteca … Si è giunti così a un esito grottesco: le biblioteche, sussidiate da fondi pubblici, vivono, al di fuori di una destinazione pubblica globale, soltanto per assolvere a certi compiti specializzati nei limiti e nei modi che le biblioteche stesse si sono attribuiti. Alcune biblioteche si sono rese istituzionalmente autonome rispetto all’imperativo morale del servizio pubblico, altre con tale servizio hanno perduto di fatto un qualsiasi rapporto di congruità.
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[ (Armando Petrucci, 1994) "Un discorso sui diritti del pubblico nelle biblioteche statali italiane non può essere che un discorso sulle funzioni delle biblioteche stesse, che, come istituzioni singole e come complesso (non sistema, perché non lo sono mai state), hanno assunto e svolto storicamente ...In effetti le biblioteche statali italiane, dalle maggiori alle minori, hanno sempre di più risposto alle richieste provenienti dal loro pubblico naturale in due modi: con la progressiva diminuzione dei servizi offerti e con la sostituzione di funzioni secondarie e sostanzialmente superflue, ove non addirittura dannose, a quelle primarie di istituto che non riuscivano e non riescono più a svolgere in modo efficiente.
Sono lontani i tempi in cui un direttore come Giraldi riuscì a tenere aperta la Nazionale Centrale di Firenze anche la domenica mattina; oggi lì e altrove non solo gli orari di apertura sono ridotti, ma sono drasticamente ridotti rispetto al passato anche gli orari di distribuzione del materiale librario. La chiusura al pubblico come soluzione dei problemi - quotidiani – di funzionamento e di gestione è all’ordine del giorno …
All’uso libero della biblioteca (soprattutto delle maggiori) ostano inoltre anche regolamenti interni che individuano nel lettore un pericoloso sovversivo da contenere e da controllare: vengono richiesti illegali (stante il regolamento in vigore) permessi di accesso; viene impedito di spostarsi da una sala all’altra, con le immaginabili difficoltà per il ricercatore; viene limitato numericamente l’accesso al pubblico a determinate sale o alla biblioteca nel suo complesso; viene limitato al minimo di due o tre il numero delle opere che è possibile richiedere; e così via.
In compenso, se fornire il libro al lettore è diventato compito troppo difficile e ritenuto comunque non essenziale, si lavora indefessamente a organizzare mostre, sui temi e sugli argomenti più diversi, con l’ovvia distrazione di personale e fondi da altri compiti, con la chiusura di sale, con il sequestro di materiale librario sottratto per molto tempo alla consultazione; e si diffonde sempre più l’idea che invece del libro basta fornire al pubblico una generica informazione sui libri via computer, umiliando così sia il lettore generico, che in realtà vorrebbe soprattutto leggere, sia il ricercatore che in genere di questo tipo di « informazioni » non ha bisogno, e che invece vorrebbe avere la possibilità di utilizzare al meglio, direttamente e rapidamente, il patrimonio librario conservato …
Vanno al più presto restaurati e rispettati nelle biblioteche pubbliche statali: il diritto all’informazione, il diritto all’accesso, il diritto al libro, il diritto d’uso e di vivibilità"
(Funzioni delle biblioteche e diritti del pubblico, in, Giornate Lincee sulle Biblioteche Pubbliche Statali, Roma, 1994) ]
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La specializzazione bibliotecaria non era evitabile. Ciò che bisognava impedire era che l’insieme delle biblioteche rimanesse privo dell’energia morale proveniente dal principio di uguaglianza di fronte alle possibilità di informarsi e di educarsi … La biblioteca pubblica, oggi, non può essere pubblica che rispetto alla totalità del sistema bibliotecario di una nazione o di una regione. Va edificato un sistema bibliotecario che attui il predetto imperativo morale contemporaneamente alla soddisfazione di tutte le altre necessità bibliografiche e scientifiche … sistema che, nella sua totalità bibliografica e nella sua particolare organizzazione dei servizi, possa soddisfare le esigenze di una utenza complessiva e possa così assurgere nell’insieme allo stato di « biblioteca pubblica ».Per quanto concerne l’organizzazione e il funzionamento della biblioteca, la finalità pubblica e l’utilizzazione da parte del pubblico sono ancora non solo i criteri prevalenti del giudizio, ma i criteri fondamentali ... [ "Le esigenze informazionali mutano non solo fra utenti diversi ma anche nello stesso utente con il semplice passare del tempo e con l'evolversi delle sue ricerche; ... le carenze informazionali spesso rimangono insoddisfatte perché l'utente non sa dove rivolgersi, e a quali fonti bibliografiche e catalografiche ricorrere ... Da qui risulta come una delle responsabilità più importanti delle biblioteche sia quella non solo di guidare di volta in volta l'utente nelle sue ricerche, ma di offrire le occasioni per educarne le capacità di orientamento nella sfera bibliografica di suo interesse, e per elevarne l'intelligenza in generale delle tecniche e delle procedure di consultazione bibliografica"
(Guida alla Biblioteconomia, Firenze, Sansoni, 1981, p. 39) ]
L’universalità bibliografica e le esigenze della universalità degli utenti vengono così soddisfatte attraverso una struttura che, essendo unificata per quel che riguarda gli obiettivi della biblioteca pubblica, può agire anche per mezzo di centri di servizio che siano fisicamente separati e distinti. È stata la mancata identificazione degli adempimenti della biblioteca pubblica con l’insieme delle biblioteche pubbliche di una regione o di una nazione a mettere in crisi il significato e la funzione della biblioteca nell’ultimo mezzo secolo …
Occorre tener comunque presente che quando si parla di biblioteche pubbliche si intende riferirsi a biblioteche pubbliche adeguate, ossia a biblioteche che, oltre all’intenzione di essere pubbliche, abbiano raccolte librarie adeguate, cataloghi bibliotecari adeguati, e servizi bibliotecari adeguati … Agli utenti deve venire offerto, concretamente, attraverso l’insieme delle biblioteche del sistema, un repertorio universale delle situazioni e degli eventi intellettuali, scientifici e culturali …
Succede facilmente che biblioteche pubbliche … mantengano solo fittiziamente la loro natura pubblica …
["Neanche le 8 biblioteche statali romane costituiscono oggi un sistema bibliotecario che, complessivamente, attui l’ideale della biblioteca pubblica per una città come Roma …
Le biblioteche pubbliche presenti valgono e contano per i libri che casualmente posseggono, di certe epoche e di certi filoni disciplinari, dovuti a mode culturali o ad improvvisi capricci ideologici, non perché formino una struttura coordinata e coerente di raccolte, di acquisti e di servizi …
Per avere tutto questo occorre decuplicare le spese per gli acquisti ripartendoli con un piano rigoroso di specializzazioni che si estenda sulla universalità delle conoscenze e delle notizie.
Risparmi notevoli tuttavia si avrebbero con una centralizzazione operativa del programma di acquisti e delle procedure di catalogazione… ..
Il programma di razionalizzazione dovrebbe comprendere anche la riunione presso un’unica biblioteca statale dei fondi antichi posseduti dalle altre 7 biblioteche …
Del resto quasi tutte le grandi biblioteche – basti l’esempio della Vaticana ritenuta un paradiso dagli studiosi – sono in verità un coarcevo di fondi e di raccolte provenienti da altre biblioteche … ..
Le 8 biblioteche diventerebbero i nuclei di utenza del sistema, di servizio per il settore assegnato e di ragguaglio catalografico per tutti gli altri centri. Tenendo conto del rendimento complessivo del sistema, le economie rispetto all’odierno pigro e irrazionale funzionamento delle 8 biblioteche, sconnesse, ripetitive e lacunose, sarebbero considerevoli. La spesa per quanto modesta di oggi, di fronte ai risultati che fornisce, è comunque uno sciupio vistoso"
(Temi di attualità bibliotecaria, Roma, Bulzoni, 1981, p. 54 – 58) ]
È questa purtroppo la situazione generale delle biblioteche pubbliche italiane: le quali né con le raccolte né con i cataloghi né con i servizi interpretano l’autentico spirito della biblioteca pubblica; ma si limitano a essere, individualmente e localmente, o biblioteche casuali o senza volto, o biblioteche arbitrariamente e saltuariamente specializzate, o biblioteche paternalisticamente popolari, o perfino nient’altro che depositi di cascami bibliografici inutili e falsi sin dalla nascita. Le biblioteche italiane sono per lo più aperte al pubblico, anche se in ore poche e scomode; ma la loro apertura è soltanto fisica, ossia vi si può entrare, non è l’apertura come insieme di condizioni e di facilitazioni organizzate e coordinate per la soddisfazione delle richieste e delle necessità di tutti. Che le biblioteche non siano chiuse, quindi, non vuol dire che esse siano aperte nel senso che sono lì per offrire un apparato bibliografico adeguato, una mediazione catalografica orientata sull’utenza, e un corredo di servizi misurato sui bisogni e sulle esigenze dei lettori"
[ “Le biblioteche … mettono a disposizione quei servizi bibliografici che il singolo non si può procurare perché troppo costosi; il loro uso da parte di un certo numero di lettori ne rende vantaggiose le funzioni e le operazioni in un senso collettivo-mutualistico, anche al di fuori delle giustificazioni genericamente culturali o educative. La biblioteca quindi, esaminata al vaglio della coscienza sociale, si ripaga con i benefici culturali, educativi e intellettuali che distribuisce a tanti individui che non potrebbero, separatamente, procurarseli …
Anche se la verifica tra spesa e rendimento non è immediata e continua, si instaura, prima o poi, un clima che è di approvazione per le istituzioni rispondenti, e di disinteresse per quelle che invece trascurano i confronti con la realtà e le preoccupazioni intorno all’utilità … … Oggi i casi più frequenti non sono quelli di collezioni librarie assalite da utenti impropri quanto quelli di collezioni librarie disertate e inutilizzate”
(Sistemi bibliotecari e meccanismi catalografici, Roma, Bulzoni, 1980, p. 15 - 38) ]
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“Archivi e Biblioteche. Un problema italiano”.
La fruizione negata del Libro e la degenerazione della biblioteconomia italiana: 1989 - 2011
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Risale a 22 anni fa l’articolo di Rodolfo Savelli, “Archivi e Biblioteche in Italia: che fare prima del coma?”, che aprì la discussione: “Archivi e Biblioteche. Un problema italiano”, a partire dal n. 46, 1989 di Società e Storia [ vedi qui la pagina del 3/2/2011 ].
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La frase che potrebbe rappresentare l’intero articolo è:
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“Certo bisognerà cercare di rompere abitudini e usi ormai inveterati, bisognerà soprattutto superare la logica perversa che vede nell’istituto chiuso al pubblico la condizione ottimale per la conservazione”.
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La mia deludente esperienza di utente abituale dell’ampia e differenziata offerta di biblioteche Pubbliche presente in una città come Firenze era iniziata da pochi anni quando Savelli scrisse quell’articolo, eppure ritengo ancora attuali sia l’esposizione degli esempi di “modi per intralciare o impedire la consultazione del materiale librario e archivistico”, sia l’analisi approfondita delle cause del degrado di Archivi e Biblioteche e auguro a tutti che quell’articolo sia riproposto oggi integralmente.
È solo l’evoluzione della normativa applicabile alle Biblioteche Pubbliche che mi offre lo spunto per aggiungere alla denuncia e agli auspici di Savelli qualche considerazione dal punto di vista di un nuovo e ben più ampio pubblico, oggi non solo trascurato ma nemmeno considerato “potenziale”.
Per esigenze di brevità e nel tentativo di completare qui una lunga successione di spunti di riflessione sul rapporto tra la Biblioteca e il suo pubblico, i lettori dei libri lì custoditi, riprenderò esplicitamente alcuni miei scritti, ingenuamente indirizzati, a partire dal 1999, a questo o quel Direttore del Ministero per i beni culturali e inutilmente segnalati, in tempi diversi, al forum internet di discussione dei bibliotecari italiani, Aib-Cur.
Nel 2002, cercando di circoscrivere e dare un senso a ripetute e concordanti manifestazioni di irritanti disservizi, frutto di una “logica perversa” e ostile al lettore che si avventuri nelle cosiddette “biblioteche di conservazione”, pensai finalmente di aver risolto a mio favore le legittime aspettative di un corretto Servizio Pubblico. Ponendomi nei panni di un qualunque cittadino interessato o semplicemente incuriosito dal nostro ingente quanto inaccessibile patrimonio librario, passai in rassegna la normativa vigente che si rivelò sorprendentemente distante da “abitudini e usi ormai inveterati”. Ma ci volle del tempo prima che mi rendessi conto che alla base di quei disservizi non vi erano raffinate interpretazioni giuridiche ispirate da esigenze di “tutela”, ma esclusivamente resistenze di tipo culturale e ben presto dovetti prendere atto di aver osato mettere in discussione un dogma fondamentale della comoda e distorta “sotto-cultura professionale” condivisa da qualsiasi bibliotecario italiano (come scriveva nel 1908 Demetrio Picozzi, bibliotecario, “Allorché la prima specie di biblioteche sarà veramente organizzata … (attualmente le biblioteche popolari di Milano … non si possono dire che embrioni di quello che dovrebbero essere), si potrà limitare senza rimorsi l’accesso e l’uso delle biblioteche maggiori soltanto a certe categorie di frequentatori, e allora potrà anche diventare assai meno pesante materialmente il servizio del personale addetto e più elevata intellettualmente e più utile agli studiosi le sue funzioni”).
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“La fruizione del patrimonio librario delle Biblioteche storiche italiane. Tradizione e regolamenti contra legem?
Sono passati sette anni da quando il DPR n. 417 del luglio 1995 - “Regolamento recante norme sulle biblioteche pubbliche statali” - ha abrogato la precedente normativa (DPR n. 1501 del 1967) ma purtroppo, come sanno coloro che si ostinano a frequentare le biblioteche “pubbliche” statali, l’accesso dei lettori al loro patrimonio librario continua a essere limitato dai vecchi, aboliti, criteri. Ancora oggi i cittadini che intendono accedervi muniti del loro documento di identità, che per la legge è più che sufficiente, sono ammessi solo alla Sala Lettura, dove tradizionalmente vengono distribuite esclusivamente le opere moderne (ma non quelle collocate negli scaffali delle sale riservate), addirittura con modalità più restrittive e in numero ridotto rispetto a quanto previsto per le opere antiche e moderne distribuite nelle sale riservate.
E la tradizione trova eco perfino nei regolamenti tutti nuovi, che disciplinano il funzionamento interno delle biblioteche di oggi, convergendo tuttora a privare di effetti la legge e i lettori dei loro diritti. E’ il caso esemplare della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, una istituzioni di richiamo internazionale per la ricchezza delle sue raccolte, non certo per i servizi offerti al pubblico.
Vale la pena di ricordare che cosa la normativa del 1995 ha voluto rimuovere. Secondo la disciplina precedente (DPR n. 1501 del 1967), le biblioteche statali erano parte del Ministero della Pubblica Istruzione. La loro funzione di fondo era quindi di essere di supporto alle “scuole statali per tutti gli ordini e gradi” ed alle “istituzioni di alta cultura, università ed accademie” (art. 33 della Costituzione). La biblioteca pubblica statale era infatti uno strumento “per giovare agli studi” (art. 121 del DPR del 1967), e il materiale librario che ancora oggi caratterizza le diverse sale di studio (sala Lettura, Consultazione e Manoscritti) rifletteva i diversi livelli di istruzione dei cittadini, in un epoca in cui per molti la scuola dell’obbligo era stata quella elementare e le biblioteche statali escludevano dal prestito “le opere di letteratura amena ... reperibili in biblioteche di tipo popolare” (art. 108).
Era compito del Direttore della biblioteca disciplinare gli accessi ad una sala piuttosto che a un'altra, sulla base della coerenza del materiale librario in esse distribuito con gli studi che i potenziali utenti stavano svolgendo. Infatti gli utenti sono espressamente indicati dal DPR 1501 con i termini: “ragazzi delle scuole, ... discenti delle università, ... docenti universitari, ... e studiosi”. Non tutti i cittadini potevano quindi accedervi, ma solo i docenti e gli studenti che frequentavano gli Istituti Scolastici diretti dallo stesso Ministero di quelle Biblioteche.
Il cambiamento introdotto dalla normativa oggi in vigore (DPR 417/95) è evidente fin dal suo primo articolo. Esso pone le circa 50 biblioteche storiche statali all'interno del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, al fine di “promuovere lo sviluppo della cultura” ed “il pieno sviluppo della persona umana” (artt. 9 e 3 della Costituzione). Le conseguenze pratiche sono rivoluzionarie. Come in un museo dello Stato, i cittadini dovrebbero accedere liberamente al patrimonio delle biblioteche pubbliche statali e, in base ai propri personali e privati interessi culturali, dovrebbero essere liberi di spostarsi da una sala di studio all'altra a seconda del tipo di materiale bibliografico a cui sono interessati. L'unico aspetto per cui l'analogia con i musei statali non è applicabile è nel fatto che l'utente di una biblioteca storica non può restare anonimo ma deve essere identificato (art. 36), perché per leggere acquista temporaneamente il possesso del bene artistico. La biblioteca statale oggi è un Servizio Pubblico aperto a tutti i cittadini come lo è un Museo dello Stato e non può più essere riservato a determinate categorie di cittadini né all'ingresso, né in alcune sue sale: sarebbe come se agli Uffizi le opere più antiche o rare fossero visibili solo a “docenti” e “studiosi”, o il Direttore del museo autorizzasse l'ingresso in certe sale solo ai “docenti” ed ai loro “discenti”.
A conferma di questa interpretazione, nel DPR del 1995 non si trovano più le categorie di cittadini/studenti indicate nel DPR del 1967 ma semplicemente il termine “utenti” (artt. 31 - 40), mentre gran parte dei suoi articoli si occupano di disciplinare nel dettaglio le registrazioni delle informazioni necessarie per assicurare che i libri non si possano smarrire o sottrarre durante la movimentazione interna e la consegna al pubblico. In particolare in Sala Manoscritti ci deve essere una assistenza adeguata [non sempre il personale è specializzato in ricerche archivistiche] e tali registrazioni sono molto dettagliate: quasi ogni spostamento dell’opera deve essere documentato su appositi moduli o registri, ed il Direttore può autorizzare la consegna di un manoscritto solo ai lettori maggiorenni (art. 37), che giuridicamente hanno la capacità di agire e quindi eventualmente rispondono dei danneggiamenti causati.
Allo stesso tempo però il DPR del 1995 (e la normativa introdotta dal 1990 ad oggi per modernizzazione e migliorare la qualità delle Pubbliche Amministrazioni) richiede al Direttore della biblioteca il massimo sforzo per agevolare e semplificare i servizi al pubblico, dal momento che le esigenze della sicurezza non possono condizionare quelle degli utenti. Questo si desume da diversi articoli non ancora di generale applicazione: il Direttore per svolgere i periodici interventi di conservazione e revisione non può chiudere la biblioteca per più di due settimane l’anno (artt. 23 e 28) e deve comunque assicurare l’accesso alla biblioteca (art. 30); deve “conservare” le opere ma “assicurare la circolazione dei documenti” (art. 2); i moduli delle richieste in lettura “per i quali si richiede la compilazione a più copie da parte dell’utente, devono essere autoricalcanti” (art. 36 e 62) [non ancora diffusi]; deve documentare correttamente il posseduto attraverso la predisposizione di un catalogo dei libri “smarriti o sottratti” (art. 15) [spesso assente]; e per “agevolare gli utenti ... deve predisporre una guida che informi sui fondi librari e documentari posseduti” (art. 34) [spesso inadeguata]. Naturalmente il Direttore della biblioteca può e deve escludere dalla lettura le opere in cattivo stato di conservazione (art. 36) che non potranno più essere disponibili per il pubblico fino al giorno in cui verranno restaurate [ma in una logica di servizio queste attività non dovrebbero avere tempi biblici].
Un punto fondamentale del DPR del 1995, che esclude l'errore interpretativo di assimilarlo alla normativa precedente, è la nuova definizione di “sala riservata”. Le sale riservate sono in realtà sale specializzate e tale specializzazione si basa sul livello di tutela e di sorveglianza che il Direttore della biblioteca deve predisporre in funzione delle varie tipologie di beni librari: stampe moderne, stampe antiche o rare, manoscritti (artt. 31, 33 e 30, 37).
Le distinzioni esistenti tra le diverse sale di una biblioteca statale derivano, quindi, in base alla legge vigente, dalle tipologie di opere possedute dalla biblioteca e, conseguentemente, dalla necessità di specializzare le attrezzature ed i servizi in funzione di una loro corretta custodia e consultazione. Le distinzioni tra le diverse sale - e qui è la fondamentale innovazione - prescindono dalle qualità soggettive dei cittadini/utenti. L’unico riferimento soggettivo si ritrova nel caso più delicato della consegna di un manoscritto. L'art. 37 del DPR 417 aggiunge all’onere di sottostare alle speciali precauzioni predisposte in Sala Manoscritti “l'accertamento degli intenti del richiedente”. Attenzione però, neanche il termine “intenti” implica che la legge conferisca al Direttore della biblioteca la tradizionale autorità di valutare le motivazioni di studio dei potenziali utenti, di obbligare l’utente a presentare una bibliografia che sarà vagliata prima dell’ammissione in sala, e la possibilità di impedire a qualcuno l'accesso a quel materiale in base a eccezioni generiche, mai messe per iscritto, sulla qualità degli argomenti che l’utente vorrebbe approfondire. Infatti il significato preciso di quel termine è dato dall'art. 60 5° comma del DPR 1501/67: “se intende semplicemente esaminarlo, ovvero copiarlo, farne estratti, collazionarlo con altro codice o edizione a stampa o microfilm”.
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[ Incompatibile con questa l'interpretazione di Paolo Traniello, 1999:
“Le biblioteche pubbliche statali - Le biblioteche pubbliche statali derivano la loro denominazione attuale dalla normativa prevalentemente di carattere regolamentare di cui sono state oggetto in maniera ricorrente fin dagli anni immediatamente successivi alla unificazione italiana.
A partire dal 1869, … fino al Regolamento recentissimo del 1995, che non reca più la denominazione di “organico”, un vasto gruppo di istituti bibliotecari, la maggior parte dei quali già esisteva negli stati pre unitari, è stato preso direttamente a carico dell’amministrazione centrale dello Stato, venendo tali istituti contemporaneamente dichiarati “aperti al pubblico” …
Come si vede, l’elencazione del regolamento in vigore è assolutamente disorganica e non permette di raggruppare correttamente per tipi e funzioni le varie biblioteche menzionate, mentre il riferimento al quadro regionale, che appare qui del tutto gratuito, non fornisce alcun criterio tassonomico … Le funzioni delle diverse categorie di biblioteche pubbliche statali venivano definite nei precedenti Regolamenti organici, fino a quello del 1967, in ordine al quadro tipologico in essi delineato. Questo quadro è tuttavia venuto a cadere, come si è detto, nel Regolamento in vigore, che lascia peraltro sussistere, oltre evidentemente alle denominazioni dei singoli istituti, che già ne indicano talvolta le funzioni specifiche, le qualifiche generali di “nazionale e di “universitaria” che trovano nei precedenti regolamenti definizione anche funzionale. Si tratta di un sintomo evidente di una profonda incertezza …
Il Regolamento del 1995 tenta di risolvere il problema con un puro escamotage verbale definendo all’articolo 2 compiti generali attribuibili a tutto l’insieme di biblioteche pubbliche statali, «tenuto conto della specificità delle raccolte, della tipologia degli utenti e del contesto territoriale in cui ciascuna è inserita» (art. 2 comma 1)… ..
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La nozione di “biblioteca pubblica statale” che si può evincere dalla normativa italiana in vigore è notevolmente vaga e confusa, soprattutto ove si voglia fare riferimento alla tematica relativa alla biblioteca pubblica contemporanea.
L’uso del termine “pubblica” applicato a biblioteche dello Stato può apparire, a una prima considerazione, specialmente nella cultura giuridica italiana, quasi ovvio. La realtà dello Stato è infatti pubblica per eccellenza … Inoltre a partire dal Decreto di riordino del 1869, i vari regolamenti sulle biblioteche pubbliche statali (o “governative”) si premuravano di precisare che tali biblioteche devono essere «aperte al pubblico». La biblioteca statale è quindi, da questo punto di vista, semplicemente una biblioteca dello Stato aperta al pubblico.
In realtà già a questo primo livello di definizione, le cose non appaiono in realtà così chiare. Se infatti leggiamo l’articolo 31 del Regolamento in vigore (Condizioni di ammissione), ci appare immediatamente chiaro che la possibilità di accesso dipende dal rilascio di una carta d’entrata, permesso o tessera annuale di frequenza, vale a dire di una autorizzazione che, per quanto possa venire concessa con larghezza, costituisce un requisito ulteriore rispetto alla pura e semplice condizione di cittadino (che deve invece bastare per l’accesso alle biblioteche pubbliche).
A un livello di considerazioni più sostanziali, si deve anche osservare che le biblioteche pubbliche statali italiane non svolgono per lo più quella funzione che è considerata oggi come propria della biblioteca pubblica: vale a dire un servizio volto a offrire ad un pubblico di carattere generale strumenti di comunicazione e informazione di tipo non previamente predeterminato. La maggior parte delle biblioteche che si collocano all’interno di questo insieme sono invece evidentemente destinate a categorie specifiche di lettori e quindi si pongono con i caratteri più delle biblioteche specializzate o delle biblioteche storiche che delle biblioteche pubbliche …
L’insieme delle biblioteche pubbliche statali italiane manca inoltre di un carattere generalmente proprio della biblioteca pubblica così come l’istituto si è delineato in epoca contemporanea: quello di costituire un servizio appartenente a un’amministrazione locale e da esso finanziato e gestito …
La nozione che stiamo cercando di individuare può insomma essere stabilita più che altro con criteri di carattere giuridico-formale, non già di ordine specificamente funzionale, valutabili in termini biblioteconomici. Ciò significa che, dato un insieme di strutture bibliotecarie presente in Italia, appartengono a questa categoria quelle che, pur svolgendo servizi bibliotecari di natura anche assai diversa tra loro, fanno tutte capo, come suoi organi, al ministero per i Beni Culturali, sono elencate come tali nell’apposito Regolamento e sono destinate a essere aperte al pubblico sulla base di modalità di accesso fissate dai propri regolamenti interni”
(Paolo Traniello, Legislazione delle biblioteche in Italia, Roma, Carocci , 1999, p. 30 - 37)
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Questa “nozione”, “considerata oggi come propria della biblioteca pubblica”, appare ben più “equivoca” di come spiegato da Giovanni Cecchini nel 1966 :
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“L’equivoco si affaccia già con la denominazione di Biblioteca pubblica, traduzione letteraria di Public Library. Ma il termine Public Library - e qui sta l’equivoco – non è una denominazione generica riferentesi all’uso pubblico della biblioteca, ma corrisponde a un determinato tipo di biblioteca … La Public Library del mondo anglosassone è dunque un preciso tipo di biblioteca che soddisfa le più svariate esigenze di medio livello a scopo di informazione, di svago ...
Ma in Italia il termine Biblioteca pubblica ha tutt’altro valore: non indica un determinato tipo di biblioteca ... ma in un’accezione ben più vasta indica tutti gli istituti che erogano il servizio pubblico di lettura e di consultazione”
(Giovanni Cecchini, Public library, biblioteche degli Enti locali e piano Gui, in, Nuova rassegna di Legislazione, Dottrina e Giurisprudenza, Firenze, Noccioli, 1966, n. 12)
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Oggi ciò che appare “equivoca”, infatti, è la volontà di dare uno straccio di copertura teorica e assecondare la dolosa propensione della corporazione dei bibliotecari italiani a comprimere l’indispensabile (per l’utente e per il buon funzionamento del Servizio Pubblico biblioteca) carico di lavoro legato alla gestione dei libri della biblioteca.
Dall'altro circoscrivendo strumentalmente la definizione di "biblioteca pubblica" a delle non-biblioteche, strutture del tutto asservite al desiderio dei bibliotecari di affrancarsi il piu' possibile dalla gestione del libro: ormai ridotte neanche a biblioteche recenti, "memoria" o "testimonianza" della produzione editoriale contemporanea, ma ad anonimi edifici, con qualche divanetto qua e là per ascoltare musica in cuffia o leggere ciò che gli utenti si portano da casa, prive del numero minimo di tavoli e sedie indispensabili per promuovere la lettura dei libri della biblioteca, dove chiunque può chiacchierare e passare del tempo ("pubblica"?) ed è finalmente libero di "socializzare" al bar interno, o su facebook con il proprio portatile grazie al wireless; è libero di guardare le tv satellitari, utilizzare i videogiochi e navigare gratuitamente ("pubblica"?) sui pc del Comune ("l'informazione"!). Al massimo si vuole che le "biblioteche pubbliche" siano delle non-biblioteche-stanze del prestito self-service, che offrano passivamente ma gratuitamente i best-seller che si trovano nelle Librerie: stanze a scaffale aperto dove il bibliotecario non ha più l'incombenza di andare a prelevare i libri dai magazzini e di sorvegliare i lettori, i quali invece (dopo una bella chiacchierata) per leggere potranno da soli prendersi un paio di libri ed "accomodarsi" a casa propria ("locale"!).
Per la comodità dei bibliotecari e con disprezzo verso i lettori, quindi, la "biblioteca pubblica" di fatto oggi è stata ridotta a una non-biblioteca, un luogo confusamente "pubblico" (come lo stipendio del sempre più inutile non-bibliotecario) dove le tradizionali ed essenziali attività di consegna dei libri adeguatamente scelti, raccolti e custoditi, e di sorveglianza dei lettori durante tutto l’orario di apertura della biblioteca sono state sostituite con attività secondarie, improprie o “superflue” di gestione di una vaga “informazioni” via computer.
(Stesso linguaggio e logica distorta riecheggia dai continui richiami dei bibliotecari italiani al Manifesto Unesco per le "biblioteche pubbliche": documento forse ideato principalmente per le società dei Paesi del Terzo Mondo (?) - laddove anche la scuola elementare sarebbe una conquista: "...compiti chiave ... riguardano l'informazione, l'alfabetizzazione, l'istruzione..." - ma inutilmente retorico e fuorviante quando calato acriticamente nella realtà bibliotecaria italiana per definire la "biblioteca pubblica" http://www.aib.it/aib/commiss/cnbp/unesco.htm ). ]
Da un lato, definendo "speciale" o "non-pubblica" (ossia "riservata" o aperta solo per un ristretto pubblico "specializzato", selezionato arbitrariamente dal bibliotecario) qualsiasi biblioteca che custodisca le raccolte librarie in magazzino e, conseguentemente, centellinando, con regole ed orari di distribuzione indecenti, il numero delle persone alle quali è “concesso” l’accesso (ai libri custoditi) in quei "particolari tipi" di biblioteca. Con il risultato, consapevolmente perseguito, di decimare il numero degli utenti effettivi rispetto a quello dei lettori potenziali delle biblioteche Pubbliche italiane.Dall'altro circoscrivendo strumentalmente la definizione di "biblioteca pubblica" a delle non-biblioteche, strutture del tutto asservite al desiderio dei bibliotecari di affrancarsi il piu' possibile dalla gestione del libro: ormai ridotte neanche a biblioteche recenti, "memoria" o "testimonianza" della produzione editoriale contemporanea, ma ad anonimi edifici, con qualche divanetto qua e là per ascoltare musica in cuffia o leggere ciò che gli utenti si portano da casa, prive del numero minimo di tavoli e sedie indispensabili per promuovere la lettura dei libri della biblioteca, dove chiunque può chiacchierare e passare del tempo ("pubblica"?) ed è finalmente libero di "socializzare" al bar interno, o su facebook con il proprio portatile grazie al wireless; è libero di guardare le tv satellitari, utilizzare i videogiochi e navigare gratuitamente ("pubblica"?) sui pc del Comune ("l'informazione"!). Al massimo si vuole che le "biblioteche pubbliche" siano delle non-biblioteche-stanze del prestito self-service, che offrano passivamente ma gratuitamente i best-seller che si trovano nelle Librerie: stanze a scaffale aperto dove il bibliotecario non ha più l'incombenza di andare a prelevare i libri dai magazzini e di sorvegliare i lettori, i quali invece (dopo una bella chiacchierata) per leggere potranno da soli prendersi un paio di libri ed "accomodarsi" a casa propria ("locale"!).
Per la comodità dei bibliotecari e con disprezzo verso i lettori, quindi, la "biblioteca pubblica" di fatto oggi è stata ridotta a una non-biblioteca, un luogo confusamente "pubblico" (come lo stipendio del sempre più inutile non-bibliotecario) dove le tradizionali ed essenziali attività di consegna dei libri adeguatamente scelti, raccolti e custoditi, e di sorveglianza dei lettori durante tutto l’orario di apertura della biblioteca sono state sostituite con attività secondarie, improprie o “superflue” di gestione di una vaga “informazioni” via computer.
(Stesso linguaggio e logica distorta riecheggia dai continui richiami dei bibliotecari italiani al Manifesto Unesco per le "biblioteche pubbliche": documento forse ideato principalmente per le società dei Paesi del Terzo Mondo (?) - laddove anche la scuola elementare sarebbe una conquista: "...compiti chiave ... riguardano l'informazione, l'alfabetizzazione, l'istruzione..." - ma inutilmente retorico e fuorviante quando calato acriticamente nella realtà bibliotecaria italiana per definire la "biblioteca pubblica" http://www.aib.it/aib/commiss/cnbp/unesco.htm ). ]
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In una direzione opposta a quella prevista dalla legge e consona con quella della normativa abrogata vanno, invece, le regole che recentemente sono state date alla Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze.
Questa ha ottenuto a dicembre 2000 l’approvazione del Regolamento interno da parte della Direzione Generale Beni Librari e, alla fine del 2001, la Certificazione di Qualità UNI EN ISO del Sistema di Gestione dei servizi bibliotecari rilasciata da un Organismo di Certificazione accreditato dal Sincert.
All’art. 3 ( Accesso) del Regolamento interno della BNCF si legge che “la biblioteca è destinata a quanti svolgono attività di ricerca”. In particolare possono accedere nelle Sale Consultazione, Musica e Manoscritti i “professori o studenti in possesso di una lettera di presentazione del professore” (artt. 4 e 6). Si fa un formale riferimento alla possibilità di avvalersi delle norme su l’autocertificazione, ma non si esplicita cosa è necessario dichiarare.
L’art. 4 fa riferimento a una non trasparente “congrua documentazione” relativa a “motivate esigenze di studio o di ricerca” che l’utente incontra enormi difficoltà a fornire - e di ciò l’Amministrazione locale e Centrale è evidentemente consapevole -. Questo perché i compiti di garantire la custodia e controllare il materiale librario sono stati tradotti in un controllo su quali cittadini autorizzare a consultare un libro. Ad un controllo che il Diritto Pubblico definirebbe “oggettivo” ed “imparziale” si è preferito un controllo “soggettivo” e forse illegittimo in quanto “discriminatorio”. Al controllo rivolto alla movimentazione dei prodotti che la Scienza dell’Amministrazione classificherebbe come “tecnico-gestionale”, si è preferito un “controllo sociale” basato non solo sulla appartenenza o meno del cittadino alla ristretta comunità universitaria, ma addirittura sulla sua “cooptazione” nella famiglia degli “studiosi”. La carta di identità, la maggiore età dell’utente … hanno un valore secondario per accedere in questa biblioteca. Il documento principale che occorre procurarsi ed esibire è la “lettera di presentazione del professore”, che in questo contesto probabilmente ha il valore di un atto di diritto privato.
Il ricorso a questo frustrante documento come strumento di selezione dell’utenza è una tradizione contra legem largamente diffusa nelle biblioteche storiche italiane anche se applicata con eccezioni e rigore variabile: gli operatori di queste biblioteche - assorbiti dal ruolo di “conservatori” di libri - non si sono resi conto che con l’evoluzione della normativa e della società civile uno strumento legittimo è diventato una raccomandazione rilasciata da un privato per far accedere solo alcuni ad un servizio pubblico. Dove poi sono stati redatti i regolamenti interni la prassi è stata istituzionalizzata in una norma vincolante per il cittadino…”.
Impossibile qui riproporre le “fantasiose” argomentazioni contrapposte dai bibliotecari a quella denuncia e a quel richiamo al dovere di attenersi al principio di legalità e trasparenza nella gestione del Servizio Pubblico Biblioteca. (Da segnalare l’eccezione di pochissimi Bibliotecari, degli “eretici” per il loro ambiente, impegnati anche a curare pagine internet sulle problematiche delle biblioteche: rispettivamente il sito “Blog di Bibl’aria” ed il blog “Amici delle biblioteche”). In sintesi, posso dire che di tutta la normativa così attentamente commentata, solo due pezzettini di articoli vengono isolati e memorizzati dalla stragrande maggioranza dei bibliotecari italiani per essere banalmente strumentalizzati attraverso una arbitraria e confusa sostituzione della Legge con le pessime teorie dei loro “sorprendenti” e forse poco disinteressati “esperti” di riferimento (quasi tutti, purtroppo, eccetto rare e autorevoli voci “scomode” sempre più inascoltate ed emarginate), ossia i cattedratici italiani di “biblioteconomia”: una “scienza delle biblioteche” che vuole “valorizzare” la corporazione dei bibliotecari (non il patrimonio librario), facendosi carico delle false quanto tanto lamentate “lacune” e mancanze di attenzione della Legge e della Costituzione della Repubblica italiana per la “specifica professionalità” dei bibliotecari e per la “specializzazione” delle diverse “tipologie” di biblioteche necessaria a quella per esprimersi!
Il primo pezzettino di norma è “l'accertamento degli intenti del richiedente” previsto all’articolo 37. Il secondo pezzetto è all’articolo 2:
“Tenuto conto della specificità delle raccolte, della tipologia degli utenti e del contesto territoriale in cui ciascuna è inserita, le biblioteche statali hanno i seguenti compiti: a) raccogliere e conservare la produzione editoriale italiana a livello nazionale e locale; … d) documentare il posseduto, fornire informazioni bibliografiche e assicurare la circolazione dei documenti.”
I passaggi sottolineati sono ritenuti sufficienti a rendere inconfutabili le tanto diffuse quanto sostanzialmente concordi “regole” vessatorie (“abitudini e usi ormai inveterati”) che arbitrariamente e illegittimamente escludono da un Servizio Pubblico la gran parte della cittadinanza; esemplificando, la più esplicita e “sfacciata” è quella che si è data la Biblioteca Medicea Laurenziana di Firenze (dal sito internet della biblioteca,
http://www.bml.firenze.sbn.it/it/acc.htm ):
http://www.bml.firenze.sbn.it/it/acc.htm ):
“La Biblioteca Medicea Laurenziana è una biblioteca pubblica statale afferente al Ministero per i Beni e le Attività Culturali, centro di ricerca internazionale, specializzata nella conservazione, valorizzazione e tutela dei propri fondi manoscritti e rari a stampa. A causa della sua natura altamente specializzata essa si riserva il diritto di selezionare gli ammessi alla consultazione.”
(Abissale la distanza con la percezione del proprio ruolo Pubblico e con la "saggezza" del Bibliotecario italiano del periodo Risorgimentale, come ad esempio traspare dal regolamento della Biblioteca dell'Aquila del 1884 : "ART. 19 - La lettura è libera per qualunque persona e per ogni sorta di opere esistenti nella biblioteca. Solo ai giovani saranno negati i libri sconvenienti alla loro età").
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Nel 2003 provai a richiamare l’attenzione sui dannosi effetti di quelle regole e teorie sui Servizi per il pubblico:
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Nel 2003 provai a richiamare l’attenzione sui dannosi effetti di quelle regole e teorie sui Servizi per il pubblico:
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“La fruizione negata - … Grazie ad un'ideale “visita guidata” in una delle biblioteche storiche più note al mondo, si cercherà di trasmettere le delusioni ed il senso di disagio di un cittadino che, armato solo della sua curiosità per gli scritti antichi e moderni, si avventuri in una “biblioteca di conservazione”…
“La fruizione negata - … Grazie ad un'ideale “visita guidata” in una delle biblioteche storiche più note al mondo, si cercherà di trasmettere le delusioni ed il senso di disagio di un cittadino che, armato solo della sua curiosità per gli scritti antichi e moderni, si avventuri in una “biblioteca di conservazione”…
A questo scopo, prendiamo ad esempio la Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, definita dal Ministero per i Beni Culturali “un modello di efficienza e di funzionalità all'interno del settore di competenza”, anche perché “ha ottenuto la certificazione di qualità ISO 9002 per i servizi al pubblico, il che, oltre ad un indubbio riconoscimento a livello europeo, dimostra l'assoluta correttezza, disponibilità e cortesia del personale” [Direzione Generale per i Beni Librari, protocollo n° 2191 del 3 aprile 2002, in archivio della Associazione dei Lettori della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze.] … Non esiste un punto di accoglienza e ci si rende subito conto che non è un fatto scontato poter leggere un libro “conservato” in biblioteca. Se si riesce ad ottenere l'autorizzazione ad entrare si impiegheranno settimane per capire come orientarsi al suo interno e come eludere le innumerevoli limitazioni ai servizi e le assurde regole che non sembrano avere altra logica se non quella di scoraggiare l'utente, il quale avverte subito di essere considerato una minaccia per la “conservazione” del libro.
All'ingresso ci aspetteremmo di ricevere tutte le informazioni necessarie allo svolgimento di una ricerca bibliografica nel più breve tempo possibile … Si viene invece “interrogati” sul perché si voglia accedere ad una biblioteca pubblica: purtroppo per molti potenziali utenti il voler leggere un libro non è stata la risposta giusta. A questa è seguito, infatti, il rifiuto (immotivato e mai messo per iscritto) della tessera di ingresso e “l'invito” a recarsi in una biblioteca comunale o universitaria…
Se siamo riusciti ad entrare, solo dopo un po’ di tempo (probabilmente dopo uno scambio di opinioni con gli altri utenti nella inospitale “Area di ristoro” dove all'incrocio di due stretti corridoi attigui alle fosse biologiche del seminterrato si trovano i distributori automatici di alimenti) ci renderemo conto di essere stati classificati in categorie diverse di cittadini: usando il linguaggio e la logica delle biblioteche di “conservazione”, i cosiddetti “utenti impropri” (tollerati nelle sale delle opere moderne per la “generosità” della Direzione che si fa carico delle storiche carenze delle biblioteche locali minori) ed i non meglio definiti “studiosi”. Solo a questa esclusiva categoria di cittadini è concessa la fruizione dei beni artistici librari “conservati” nelle sale riservate delle biblioteche “pubbliche” italiane. Inoltre, questo cittadino privilegiato non deve depositare il proprio documento d’identità per avere in lettura un libro moderno, mentre quell’adempimento è richiesto al cittadino comune.
Per accedere in una sala riservata di una biblioteca “di conservazione” a volte occorre la lettera di presentazione di un altro “studioso”, a volte la presentazione di una bibliografia (che l'utente dovrebbe evidentemente essere in grado di elaborare prima di poter consultare gli inventari o il catalogo ed avvalersi dei servizi della biblioteca). La bibliografia dovrà passare il vaglio del bibliotecario che emetterà la sua inappellabile sentenza secondo criteri arbitrari o comunque mai esplicitati (quale immenso bagaglio culturale possiede tale bibliotecario, capace di premiare o respingere ogni giorno decine di potenziali progetti di ricerca?).
Una breve parentesi. Questa prassi di selezionare ed allontanare illegittimamente l'utenza potenziale (applicata con varianti diverse da i direttori ed i pubblici funzionari della maggior parte delle biblioteche storiche pubbliche) è la conseguenza più grave della “logica della conservazione”. Al riguardo sarebbe bene che i bibliotecari italiani leggessero con attenzione alcune norme del nostro ordinamento giuridico.
Nel Testo Unico sui Beni Culturali del 1999 si afferma la gratuità della consultazione (art.101) ed il principio della fruizione, per cui i beni culturali pubblici - compresi quelli che costituiscono il demanio archivistico e bibliografico (art. 54) - “sono destinati al godimento pubblico” (art. 98). Gli artt. 152 e 153 del D.lgs. 112/1998 sono intitolati alla “valorizzazione”, cioè “il miglioramento dell’accesso ai beni e la diffusione della loro conoscenza”, ed alla “promozione”, ossia “l’organizzazione di iniziative dirette ad accrescere la conoscenza delle attività culturali ed a favorirne la migliore diffusione”. Nel DPR 417 del 1995 il termine “sale riservate” non è riferito ad una categoria di cittadini privilegiati ai quali riservare la consultazione delle opere antiche e rare ma, in senso oggettivo, alle speciali modalità di custodia, distribuzione, consultazione e assistenza al pubblico richiesti dal Legislatore al Direttore di biblioteca, sia per assicurare allo Stato che le opere non vengano smarrite o danneggiate, sia per garantire l'esercizio del diritto alla fruizione dei beni artistici librari a tutti i cittadini maggiorenni che si presentino in biblioteca con un valido documento di identità.
Da una lettura non superficiale di quelle norme risulta evidente che il Bibliotecario Pubblico deve precisare con regolamento interno le modalità per la fruizione (tale regolamento dovrebbe essere una garanzia per l’utente, in quanto elaborato nel rispetto della gerarchia delle fonti giuridiche e vincolante per la stessa Direzione della biblioteca), tenendo conto dello stato di conservazione dei beni artistici librari e certo non dei riservatissimi requisiti personali dei potenziali utenti (tutelati anche dalla legge sulla privacy n. 675 del 1996). Infatti, il bibliotecario può rifiutare l’autorizzazione all’ingresso in una sala riservata (o meglio specializzata) solo a chi sia minorenne; può rifiutare la consegna di un libro per la lettura solo se l’opera sia in cattivo stato di conservazione e necessiti di interventi di restauro, oppure nel caso che sia disponibile per il pubblico una copia del documento originale (art. 38 del DPR 417/95). La “registrazione degli intenti” di chi richiede un’ opera antica o rara è prevista dal DPR solo per individuare i casi in cui l’utente voglia fare un uso commerciale del testo, in modo da permettere allo Stato di pretendere i proventi della riproduzione.
In nessun altro caso è lecito vagliare le curiosità culturali, i “requisiti personali” o “i motivi di studio” dei cittadini, o richiedere preventivamente una bibliografia per censurarla. È quindi un “sopruso” ogni atto del bibliotecario pubblico che cerchi di entrare nel merito delle richieste fatte dai cittadini.
Torniamo a visitare la “più efficiente e funzionale” biblioteca italiana di conservazione.
Non è previsto che l'utente riceva le informazioni necessarie ad orientarsi nei diversi piani e tante sale che compongono la biblioteca... Appena entrati, per sapere come ordinare un libro ci si rivolge istintivamente al banco della distribuzione, ma subito gli addetti ci rimandano ai colleghi in sala catalogo che dopo brevi indicazioni sui terminali elettronici ci indirizzeranno all'ufficio informazioni che si confonde con l'ufficio relazioni con il pubblico; se a questi si chiede come fare per avere un libro in prestito si viene indirizzati all'ufficio prestito che probabilmente nel frattempo sarà già stato chiuso; per scoprire quali libri si possono fotocopiare sarà stato inutile attendere il proprio turno al banco delle fotocopie e si dovrà tornare al banco della distribuzione. Gli avvisi scritti ed i regolamenti interni – quando sono stati pubblicati – utilizzano formulazioni generiche. D’altra parte, è raro che due impiegati diversi diano la stessa risposta alla stessa domanda. Domande che rimarranno per la gran parte insoddisfatte.
Chi richiede di poter fotocopiare un libro è trattato con sospetto e ben presto si rende conto che le limitazioni alle fotocopie vanno ben oltre quelle previste dalla normativa che protegge il diritto d’autore, perché il fotocopiare è contrario alla logica della “conservazione”. Lo stesso accade per chi ingenuamente chiede di accedere ai motori di ricerca su Internet per cercare informazioni: in una biblioteca di “conservazione” l’uso di Internet è vietato, anche laddove esista una nuovissima Area Digitale.
La disciplina del prestito si discosta dalle aspettative dell'utente e dalle disposizioni del Legislatore secondo le quali oggetto di questo servizio è tutto il patrimonio documentario della biblioteca salve poche e ragionevoli eccezioni (art. 54 DPR 417/95). Invece, chi vuole un libro in prestito dovrà prima procurarsi una seconda tessera - che contiene gli stessi dati della tessera d’ingresso - e poi esercitarsi ad evitare il lungo elenco di opere moderne escluse apparentemente senza logica. Inoltre vige una procedura davvero dissuasiva: se l'utente ha fatto “l'errore” di sfogliare il libro prima di prenderlo in prestito dovrà restituirlo e ritornare dopo ben due giorni, formalmente per dare il tempo agli impiegati di riportare l'opera nei magazzini perché i moduli per la richiesta di prestito devono essere diversi da quelli per la richiesta di lettura.
L'orario di apertura si apprende per tentativi ed errori (dell'utente o dei responsabili della biblioteca?) che causano ritardi di giorni nello svolgimento delle ricerche bibliografiche e contribuiscono a scoraggiare la permanenza nella biblioteca e a rendere di fatto impossibile l'accesso ai servizi al pubblico per chi lavora e vorrebbe accedervi almeno nel tardo pomeriggio. Se si chiede a che ora chiude la biblioteca la risposta è che questa resta aperta dalle 8:15 alle 19:00. Dopodiché si scoprirà che ci siamo è presentati troppo tardi all'ufficio (o meglio alla persona) che compila e stampa le tessere d'ingresso per cui saremo obbligati a tornare il giorno dopo, o che la nostra richiesta per avere un libro in lettura andava presentata prima delle 12:30 la mattina o prima delle 16:30 il pomeriggio, che anche l'ufficio prestito, la distribuzione delle riviste la sala musica, l'ufficio fotocopie, l'emeroteca hanno orari limitati e poco razionali.
Le esclusive sale “riservate” agli “studiosi” sono state specializzate in modo troppo rigido - in alcuni casi ritardando le ricerche bibliografiche -, hanno una disposizione spaziale non funzionale e la Sala Manoscritti manca di corrette fonti archivistiche e di personale specializzato (a questo si supplisce in parte con il passa parola tra utenti). Più in generale i cataloghi non forniscono le informazioni utili a svolgere celermente e correttamente le ricerche bibliografiche. Ad esempio le opere definite “mancanti” o “fuori posto” non vengono preventivamente segnalate nei cataloghi (contrariamente a quanto disposto dagli artt. 4 e 15 del DPR 417/95 per le opere “sottratte, smarrite o in restauro”), per cui è molto probabile che capiti di attendere dai venti ai quaranta minuti la consegna del libro richiesto per poi ricevere solo la risposta “mancante”.
Non si hanno assolutamente indicazioni sui tempi di recupero o di acquisto dei libri misteriosamente “mancanti” (o di copie di questi) né indicazioni su quali altre biblioteche possiedano tali opere.
E' allarmante il fatto che le opere smarrite o fuori posto non siano segnalate alle autorità competenti…
L'Area Digitale prevede costosi mouse (del tipo track ball) e schermi ultra piatti, ma non una tradizionale stampante per stampare i risultati delle ricerche bibliografiche, né la possibilità di salvare con sicurezza su dischetto quelle ricerche (tutte le icone del menù di Windows sono state disattivate, forse per inibire l’uso di Internet), e nemmeno il software per leggere le opere su cd-rom (nonostante ognuna delle circa cinquanta nuove postazioni sia stata dotata dei lettori floppy e cd le opere su supporto digitale – ammesso che non siano “mancanti” - restano “conservate” nei magazzini: forse a beneficio dei posteri?).
In una biblioteca di “conservazione” anche le tecnologie digitali devono “conservare” caratteristiche peculiari: carta e penna restano insostituibili.
Ha forse un significato simbolico il fatto che l’Area Digitale svanisca dove l'utente non può vedere, dietro il banco della distribuzione attiguo alla luccicante sala cataloghi. Lì le richieste informatizzate inviate dall'utente concludono il loro viaggio in tempo reale: vengono stampate su carta e portate a passo d'uomo su e giù nei misteriosi e forse poco sicuri magazzini che si diramano per centinaia di metri.
In sintesi sembra proprio che il sistema informativo che si è progettato risponda solo alla finalità di automatizzare gli adempimenti interni relativi all'archiviazione dei dati dei vari uffici, mentre trascura i vantaggi gestionali che si potrebbero ottenere razionalizzando prima ed automatizzando poi le procedure relative ai servizi al pubblico: il progetto, per quanto innovativo, è distorto all'origine da un approccio riduttivo, coerente alla “logica della conservazione”.
Non è disponibile alcuna informazione ufficiale sulle attività volte a migliorare l'organizzazione interna della biblioteca, solo qualche notizia indiretta di costosi progetti si può trovare pubblicata con toni ottimistici sulle riviste specializzate, ma nella realtà l'utente non riscontra i risultati annunciati. Come nel caso del dimenticato progetto “Edificare”, finanziato dalla Comunità Europea, che avrebbe dovuto abbassare i costi medi della catalogazione e soprattutto aumentare la produttività delle attività di catalogazione, riducendo a circa un mese il tempo di rilascio della registrazione delle notizie bibliografiche e indirettamente quello necessario ai nuovi libri ad arrivare sul tavolo dei lettori: ancora oggi l'utente deve aspettare circa un anno per leggere in biblioteca le novità editoriali.
Non sembra possibile sapere quanti altri decenni e quante risorse finanziarie occorreranno ancora per terminare i restauri dei libri antichi alluvionati nel 1966, danneggiati sia perché “conservati” allora nei sotterranei e non nei piani alti dell'edificio, sia per errori nei primi interventi di recupero…
Si fa fatica a credere che l’utente sia al centro dell’attenzione dei responsabili di questa biblioteca dato che ad esempio il tempo di attesa per il rilascio della tessera di ammissione è stato fissato in ben quaranta minuti e gli standard fissati sulla Carta dei Servizi saranno aggiornati solo con cadenza biennale (mentre tutte le tecniche di programmazione della gestione e la stessa Direttiva Ciampi prevedono almeno ogni anno).
Deve far riflettere gli operatori del settore il fatto che nonostante il rilascio del tanto pubblicizzato Certificato di Qualità, valido per la “Raccolta, conservazione erogazione e fruizione della collezione nazionale”, i disagi sopra segnalati non siano stati superati.
Di fronte alle lamentele degli utenti circa i disservizi, le spiegazioni che si ricevono dai bibliotecari riguardano per lo più responsabilità di altri organi dell'amministrazione pubblica, esterni alla biblioteca. I bibliotecari lamentano spesso che i fondi e le risorse umane assegnate al settore sono da sempre scarsi.
Queste giustificazioni spingono l'utente a vestire i panni del contribuente per verificare come vengano impiegate le risorse assegnate dall’Amministrazione Centrale ma anche dagli Assessorati alla Cultura del Comune e dalla Regione in cui la biblioteca ha sede, e come mai i tempi dei progetti avviati si dilatino.
Anche qui, i dati pubblicati dal Ministero sono aggregati per Regioni, e non è possibile disporre di informazioni chiare per rendersi conto di quali siano stati gli obiettivi ed i risultati concreti degli interventi legati ad esempio alle varie versioni dei cataloghi elettronici, e quanto pubblico danaro si sia speso fino ad oggi e quanto se ne prevede di spendere in futuro per completare quei progetti…
La “logica della conservazione” che vorrebbe giustificare le assurde mortificazioni imposte agli utenti e secondo la quale esisterebbero in Italia biblioteche pubbliche “aperte al pubblico” e biblioteche pubbliche speciali, esclusive o “di conservazione” - riservate a pochi e accondiscendenti cittadini scelti dal bibliotecario - non trova fondamento nel nostro ordinamento giuridico.
Questa logica affiora nelle illegittime prassi e regole imposte agli utenti da quella gran parte dei bibliotecari e dell’amministrazione per i beni culturali che considera la fruizione del bene librario un rischio per la “conservazione” del libro e non un diritto dei cittadini…”
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Nemmeno spostare l’attenzione dalla norma giuridica ai servizi permise di mettere in discussione le ridicole teorie dei bibliotecari ed i dannosi effetti sulle Biblioteche Pubbliche della loro messa in pratica.
Dopo nemmeno un anno è entrato in vigore il Codice dei Beni Culturali, contenente la prima definizione giuridica di Biblioteca:
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“Articolo 101. Istituti e luoghi della cultura… 2. Si intende per: ... b) “biblioteca”, una struttura permanente che raccoglie e conserva un insieme organizzato di libri, materiali e informazioni, comunque editi o pubblicati su qualunque supporto, e ne assicura la consultazione al fine di promuovere la lettura e lo studio. Articolo 102. Fruizione degli istituti e dei luoghi della cultura di appartenenza pubblica. 1. Lo Stato, le regioni, gli altri enti pubblici territoriali ed ogni altro ente ed istituto pubblico, assicurano la fruizione dei beni presenti negli istituti e nei luoghi indicati all'articolo 101, nel rispetto dei principi fondamentali fissati dal presente codice. Articolo 103 Accesso agli istituti ed ai luoghi della cultura. 1. L'accesso agli istituti ed ai luoghi pubblici della cultura può essere gratuito o a pagamento. Il Ministero, le regioni e gli altri enti pubblici territoriali possono stipulare intese per coordinare l'accesso ad essi. 2. L'accesso alle biblioteche ed agli archivi pubblici per finalità di lettura, studio e ricerca è gratuito”
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Ma, anche dopo questo chiaro avanzamento della normativa cogente favorevole a tutti i cittadini, i regolamenti contra legem arbitrariamente scritti dai bibliotecari non sono stati revocati ed i dogmi della biblioteconomia sono stati ribaditi. Un solo esempio. Sulla più diffusa rivista di biblioteconomia (che non vuol dire la più autorevole) si afferma candidamente e senza contraddittorio:
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“Più un libro stampato è antico e meno è strutturalmente fragile, dal momento che i materiali costruttivi e le modalità di assemblaggio delle edizioni divengono via via più scadenti con l‘aumento delle tirature e per soddisfare necessità di contenimento dei costi… Il Codice dei beni culturali e del paesaggio.. pone in primo piano proprio la questione della conservazione e tutela e del pubblico utilizzo… Più una realtà è specializzata – e questo non vale soltanto per le biblioteche – più essa avrà degli utenti mossi da esigenze circoscritte e specifiche…. Nelle biblioteche ― “santuario”... nel caso delle istituzioni bibliotecarie aventi una funzione storico-conservativa “pura”, ovverosia i grandi depositi di edizioni a stampa antiche, .. ogni elemento dall‘organizzazione degli spazi, alla disposizione dei magazzini, alla regolamentazione dell‘accesso e delle modalità di consultazione del patrimonio, risponde a una logica finalizzata a fornire un servizio altamente specializzato e modellato su precise necessità di studio e ricerca; ogni attività è stata concepita per essere adeguata alle peculiarità del materiale consultato, e questa impostazione inevitabilmente comporta e richiede, che ci piaccia o no, una selezione a monte dei suoi frequentatori…. Il dovere di assicurare quella durata nel tempo cui ho già fatto cenno condiziona le scelte gestionali e pone la conservazione come condizione essenziale per garantire la fruizione: l‘adozione di regole rigide e restrittive nell‘uso dei servizi di queste istituzioni – purché sempre coerentemente applicate – per quanto possa essere repellente, resta l‘unica soluzione possibile”
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(Cristina Moro, Libro antico - Una questione di testa o di cuore? «Biblioteche Oggi», n. 10, 2007, p. 43)
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Nonostante tutto, ci piace chiudere con un’altra, più coraggiosa e saggia Biblioteconomia, di fronte alla quale (con eccezioni importanti ma statisticamente irrilevanti e senza dimenticare quelle che Savelli ha chiamato "isole di «buon governo»") i bibliotecari italiani e le “loro” biblioteche ci appaiono davvero inadeguati:
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“Una Biblioteca, che si caratterizzi come pubblica, è tenuta a soddisfare due obblighi: il primo è quello di mettere a disposizione dell'utenza, con le modalità più larghe e liberali, le raccolte librarie di cui si trova dotata; il secondo è quello di tutelare quello stesso materiale librario in maniera che non soffra danneggiamenti, né per l'uso né per l'azione di fattori comunque nocivi, quali umidità, temperatura, inquinamento chimico, insetti, ecc. ...Una delle soluzioni - la più comune anche perché la più agevole - è quella di dividere la Biblioteca in due settori spesso rigidamente distinti: ... le notizie sulle edizioni incunabulistiche normalmente neppure compaiono nel catalogo generale per autori. ...
A nostro parere, mentre ciascuno dei due obblighi è imperativo ... il principio della fruizione deve venire considerato sempre non solo primario ma dominante. ...
Angelo Rocca nell'aprire la prima libraria pubblica europea in Roma nel 1595 aveva fatto incidere sul portone “Volentibus” e nessun altro motto può sostituirlo e fissare altre restrizioni. Altrimenti si chiudano le biblioteche pubbliche!”
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(Alfredo Serrai. La biblioteca fra conservazione e fruizione. «Il Bibliotecario» I (2008) 3, p. 153-155.).
(Alfredo Serrai. La biblioteca fra conservazione e fruizione. «Il Bibliotecario» I (2008) 3, p. 153-155.).
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(Una sintetica raccolta di brani rappresentativi delle recenti degenerazioni della biblioteconomia italiana e dei regolamenti predisposti oggi dai bibliotecari è disponibile in internet, nel 'capitolo' “Pregiudizi e danni della Biblioteconomia italiana oggi” all’interno del pdf scaricabile dal sito “fruizione negata jimdo”, http://fruizionenegata.jimdo.com/ , pp. 37 – 66).
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Berardino Simone [ autore di questo blog ]
Firenze
Firenze
(ex utente di Biblioteche Pubbliche).
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