domenica 20 aprile 2014

La “sfida” dei beni culturali. Lettera ai restauratori

ULTIMA MODIFICA IL 16/08/2015 



III (2014) 1

Sommario

... ... ...

Berardino Simone 

La "sfida" dei beni culturali. Dalle biblioteche di "conservazione" alla "Biblioteca Pubblica" 
(Lettera ai restauratori)         p. 233 - 264. 


 ... Nonostante il dibattito sui beni culturali risalga alla seconda metà degli anni Sessanta dello scorso secolo, la biblioteconomia non ha ancora messo al centro delle sue analisi il concetto di libro-bene culturale (per brevità scriverò "Libro") ... ...

A questo punto sarà chiaro perché è normale che in tutta Italia il cittadino “comune” (o “non studioso”), affascinato o incuriosito dalla biblioteca antica e dai Libri che potrebbe trovarci, sperimenterà questa esperienza di assoluta incomunicabilità ... ...

 Ma andiamo oltre i condizionamenti di questi inutili trucchi terminologici e stolti espedienti amministrativi e arriviamo alla sostanza ... ...

<https://bibliothecae.unibo.it/article/view/5717/5437>



PREMESSE ALL'ARTICOLO: 



MASSIMO SEVERO GIANNINI
SCRITTI (1939 - 1996) 
Milano. Giuffré. 2000 (Vol.1) - 2008 (Vol. 10)


La legge 1° giugno 1939, n. 1089, ampliando gli enunciati contenuti nella preesistente legge 20 giugno 1909, n. 364, dice all'art. 1 soggette alle sue norme le « cose mobili e immobili che presentano interesse artistico, storico, archeologico o etnografico », e soggiunge che sono comprese fra queste le cose che interessano la paleontologia, la preistoria, le civiltà primitive, la numismatica, nonché manoscritti, autografi, carteggi, documenti, incunaboli, libri, stampe e incisioni aventi rarità e pregio ... 


(Massimo Severo Giannini (1976). SCRITTI. Volume Sesto 1970 – 1976, p. 1003 – 1040)


In ogni tempo e in ogni luogo sono stati distrutti o mandati in rovina beni culturali …
Tuttavia è anche caratteristica del nostro tempo che parallelamente alla distruzione massiccia di beni culturali si sviluppi una altrettanto massiccia domanda di godimento di beni culturali. A parte la domanda di beni librari, ovunque crescente …
Oggi, 1971, tutti in Italia parlano di beni culturali. Ma il concetto è stato introdotto e popolarizzato solo dalla Commissione Franceschini … 
La Commissione consegnò i suoi elaborati in sale piene di luci e arazzi, ove tutti sembravano compiaciuti delle parole degli oratori. Sollecitato dai parlamentari che erano stati in Commissione, il Ministro Gui ebbe l'idea di predisporre una legge delega per riorganizzare l'amministrazione. Rapidamente una commissione si riunì e preparò un progetto, attenendosi strettamente alle indicazioni della Commissione Franceschini. …
Il progetto Papaldo è un elaborato di alto valore. I 46 articoli che costituiscono la sua parte generale sono da considerare il testo legislativo più compiuto che sinora sia stato redatto per regolare in modo unitario la complessa categoria dei beni culturali …
È prevedibile che tra i due gruppi di forze in contrasto, quello di distruzione dei beni culturali, e quello di domanda di godimento dei beni culturali, il secondo si rafforzerà.

(Massimo Severo Giannini (1971). SCRITTI. Volume Sesto 1970 – 1976, p. 281 – 292)


Si pensava dopo il 1966 che la Commissione Franceschini si traducesse, per le sue dichiarazioni in legge; e difatti fu nominata dal Ministro dell'istruzione una Commissione presieduta da Antonino Papaldo, che terminò i lavori nel marzo 1970; …
Eravamo notate bene, nel 1970-1971. Nel 1970 era uscita la legge 281 per l'istituzione delle Regioni. Grido d'allarme: come si fa a fare una legge che si occupa dei beni culturali una volta che passano, in base alla Costituzione, alle Regioni, i beni musei e biblioteche di enti locali e quanto attiene al paesaggio e al territorio? …
Questi eventi provocarono non solo l'arresto, ma diciamo l'abbandono del progetto della Commissione Papaldo, in quanto si ritenne che il progetto, in tanto potesse andare avanti in quanto lo si integrasse con una più esatta ripartizione delle attribuzioni tra lo Stato e le Regioni. …
È da richiamare l'attenzione sul fatto, estremamente interessante, che le categorie di beni culturali sono diventate nove: tre, cinque, adesso nove. …
Questi sono i principali problemi sostanziali oggi aperti: essi non possono essere risolti con una legge come quella che si era pensato di fare, la quale si aggiungerebbe alle tre leggi base, aprendo di continuo dei complessi problemi interpretativi. Occorre invece una sola legge organica che sia insieme revisione delle leggi base e disciplina dei nuovi problemi, e tale legge è possibile solo come legge delegata …

(Massimo Severo Giannini (1981). SCRITTI. Volume Settimo 1977 – 1983, p. 889 – 900)



[… Continua in: Mario Luigi Torsello (Consigliere di Stato). 
Profili generali del Codice dei beni culturali e del paesaggio. 
Convegno (Gallipoli. 2005) 
La tutela e la valorizzazione del patrimonio culturale nelle nuove norme e nell’esperienza applicativa.


Il nuovo art. 117 Cost. – come è a noi tutti noto - ha attribuito allo Stato la legislazione esclusiva nella materie della tutela dei beni culturali mentre la valorizzazione appartiene alla legislazione concorrente Stato-regioni.
Di qui la necessità di una individuazione delle due nozioni per determinare quello che è rientra nella competenza normativa dello Stato e quello è disciplinato dalla regione. ...
Ecco quindi la ragione più profonda del Codice: cercare di fare chiarezza ed evitare una empasse nell’esercizio delle funzioni che sembrava alle porte. Ecco perché abbiamo disciplinato interamente una materia su cui si era intervenuti da poco – ma con modalità di azione molto meno incisive - con il T.U. n. 490/1999. ...
Il Codice, quindi, ha avuto l’arduo compito di ricomporre la materia sulla base dei nuovi equilibri costituzionali. Impresa certamente improba ma che andava fatta velocemente. ...
Il Codice si ispira al principio che ciascun soggetto dell’ordinamento valorizza i beni di cui è titolare.
Tale criterio, però, così netto, è stato ampiamente temperato ... l’adozione di un regolamento statale può essere giustificata – alla stregua del principio di sussidiarietà – da una esigenza di esercizio unitario della funzione stessa, che impone che la funzione venga esercitata in modo uniforme sull’intero territorio nazionale. ...
Con il Codice abbiamo ridisciplinato tutta la materia del restauro poiché siamo partiti dall’idea che esso rientrasse nelle competenze esclusive in materia di tutela. ...
Quindi dopo la sua emanazione inizia una nuova scommessa: quella della difesa del Codice. ... ]



È forse opportuno cominciare col dire della legge di tutela dei beni culturali. « Tutela » è ormai un termine convenzionale per dire di normativa che deve avere ad oggetto la definizione del bene culturale, i procedimenti di individuazione e di disciplina del vincolo di conservazione (o tutela in senso stretto), la disciplina della fruizione di detti beni, quella delle attività di valorizzazione, quella della circolazione dei beni culturali, ed infine le varie specie di sanzioni. …
Dottrina e giurisprudenza hanno tratto l'interpretazione secondo cui il bene culturale è tale in quanto definito da un pregio: l' « interesse » sta nell'esser cosa di pregio. Che il pregio sia un « valore », una « rarità », un « fatto immateriale », o altro, già appartiene a quell'ordine di elaborazioni scientifiche di sistemica di vertice, da cui si può anche prescindere ai fini delle applicazioni pratiche se – come è nella specie – esiste una nozione subordinata usabile – che nel caso è appunto quella di pregio-interesse.
Ma quale pregio, quale interesse? … Su questo insieme di cose-beni culturali si è elaborata la costruzione sistematica del duplice pregio: artistico e storico, che è ormai dominante, anche nella giurisprudenza. …

(Massimo Severo Giannini (1986). SCRITTI. Volume Ottavo 1984 – 1990, p. 599 – 602)


Iniziative di promozione culturale – per usare un ordine concettuale moderno – sono state prese in ordinamenti giuridici generali e particolari sin dai periodi dei regni barbarici e feudali. …
La Costituzione repubblicana ha creduto opportuno dedicare alla promozione culturale un articolo generale (l'art. 9) …
La dottrina giuspubblicistica si è molto applicata alla spiegazione della normativa costituzionale … Gli esiti, per ora, sono solo miserabili. …
In effetto se vi è nozione intorno alla quale ferve il dibattito, questa è quella di cultura, che è contesa tra filosofia, storia, sociologia e antropologia: … si discute … se non sia da accettare una nozione del tutto empirica, quale, appunto, quella espressa dalla locuzione di complesso di manifestazioni della vita intellettuale, senza ulteriori implicazioni o prospettive.
Ed è questo significato empirico e non impegnato quello che si adotta nei testi normativi, a cominciare dall'art. 9 Cost., anche perché solo una cultura in questo senso può formare oggetto di promozione, non certo la cultura in una delle eccezioni totali, che, accettatane l'esistenza, ha certamente fra le sue componenti anche le manifestazioni della vita intellettuale, cioè la cultura in senso parziale e specifico. …
La locuzione non ha quindi nulla di astruso, non richiede impegni filosofici o antropologici
(Massimo Severo Giannini (1991). SCRITTI. Volume Nono 1991 – 1996, p. 11 - 28)


È ormai oltre mezzo secolo che la materia dei beni culturali (e ambientali) costituisce oggetto di un dibattito, vivo e di alto livello, nella letteratura giuridico-politica. …
L'ambito dei beni culturali è indicato all'art. 1 dell'atto 805 [1975]: beni culturali, ambientali, archeologici, storici, artistici, archivistici, librari; … la legge sostanziale di base essendo sempre rimasta quella sulle cose d'arte 1.6.1939 n. 1089. …
La qualità di bene culturale inerisce alla cosa, originariamente e indipendentemente dalla sua dichiarazione … tant'è che, per opinione da tanti accettata, comunque essi costituiscono il «patrimonio culturale» della nazione, non possono essere adibiti ad usi sconvenienti o pregiudizievoli alla loro conservazione. Precisa la norma che se ne deve favorire il godimento pubblico e così anche l'accesso agli studiosi. Si ha, come si vede, un vincolo a contenuto limitato: è, sostanzialmente, un vincolo di conservazione del bene nella sua qualità di bene pregiato. L'autorità pubblica non ha poteri specifici circa la sua collocazione, circa il modo di godimento (eccettuati gli ordini di cessare gli usi sconvenienti), circa la destinazione (così può essere vietata una destinazione di usi sconvenienti, ma non può essere imposta una destinazione specifica, che l'autorità ritenga consigliabile tra le utilizzazioni in fatto possibili). Quindi un risultato finale di assoluta semplicità: il contenuto del quale è alquanto limitato, nel senso che vale in negativo (ciò che l'avente diritto non può fare) e non in positivo (ciò che deve fare: ovviamente il potere di consiglio c'è, e in fatto risulta abbastanza esercitato; ciò che manca è il potere di imporre di fare). … …

(Massimo Severo Giannini (1995). SCRITTI. Volume Nono 1991 – 1996, p. 389 - 393)




Resta da vedere l'altro carattere dei beni culturali, il loro essere pubblici. … 
Cominciamo a chiarire: quando si dice che il bene culturale appartiene al patrimonio culturale della nazione, oppure, … all'umanità, … si usano espressioni pregiuridiche … le quali giuridicamente non significano se non che il bene culturale è bene culturale: l'essere testimonianza materiale avente valore di civiltà significa infatti essere parte di quel patrimonio (culturale) che compone le espressioni nelle quali le civiltà singole, e perciò la civiltà nel suo insieme, si sono manifestate. …
Solo che qui « appartenenza » è usato nel senso di far parte, non nel senso di appartenere. Invece quanto all'appartenenza, come appartenere, il bene culturale sembra non avere un « proprietario » in senso proprio …
Quando diciamo che il bene culturale è un bene di fruizione più che di appartenenza, intendiamo riferirci ad un insieme di dati, che possono esporsi come segue. Lo Stato-amministrazione dei beni culturali non ha il godimento del bene culturale, perché il godimento lo ha l'universo dei fruitori del bene medesimo … In ordine all'universo dei fruitori l'Amministrazione ha quindi un interesse all'integrità del bene culturale … inoltre l'interesse è all'integrità fisica e non all'integrità patrimoniale … D'altra parte le difetta il tipico interesse del proprietario all'utilizzazione del bene, poiché il bene, come bene culturale, non ha altra utilizzazione che la fruizione universale: essa può ampliare o restringere la fruibilità, nel senso che può porre in essere attività per rendere più facile e più accessibile la fruizione, e viceversa può restringere la fruibilità mediante il controllo delle ammissioni alla fruizione …
Fruibilità significa obbligo di permettere la fruizione, e quando all'obbligo si è adempiuto, il potere pubblico è in regola; le attività promozionali o gli incentivi alla fruizione sono infatti, giuridicamente, attività volontarie e non invece necessarie, come quelle attinenti alla fruibilità.

In questo senso il bene culturale è pubblico

(Massimo Severo Giannini (1976). SCRITTI. Volume Sesto 1970 – 1976, p. 1003 – 1040)


[Continua in: Paolo Carpentieri (Magistrato T.A.R. Campania). 
Fruizione, valorizzazione, gestione dei beni culturali
Convegno (Terracina, 2004) 
“Il nuovo codice dei beni culturali e del paesaggio. Prospettive applicative”.


L’origine e la progressiva enucleazione delle diverse nozioni.
Posizione tradizionale.


Tradizionalmente la disciplina delle cose d’arte ha sempre presentato una caratterizzazione “difensiva” (G. Piva, voce Cose d’arte, in Enc. Dir., vol. XI, Milano, 1962, 93 ss.), al fine di assicurarne “la conservazione, l’integrità e la sicurezza” (così recita l’intitolazione del Capo II della legge 1 giugno 1939, n. 1089 sulla Tutela delle cose d'interesse artistico e storico).
La conservazione del patrimonio culturale, nella sua accezione quasi fedecommissaria di lascito del passato da tramandare integro alla posterità, è stata inoltre tradizionalmente assolta dalla affermazione della demanialità e incommerciabilità delle cose d’arte (così la legge 20 giugno 1909, n. 364 recante Norme per l'inalienabilità delle antichità e delle belle arti). 




L’idea del pubblico godimento e della pubblica fruizione del valore culturale insito nelle cose di interesse storico-artistico si collega a un’ideale illuministico di diffusione della cultura e ai valori democratici espressi dalla Rivoluzione francese. La tutela non è più intesa come pura conservazione, ma diviene strumento della crescita culturale.

L’articolo 9 della Costituzione.

... Da qui è partita l’elaborazione (M.S. Giannini, I beni pubblici, Roma, 1963; id., I beni culturali, in Riv. trim. dir. pubbl., 1976, 20 e ss.; ma già P. Calamandrei, Immobili per destinazione, in Foro It., 1933, 1722) del bene culturale come bene pubblico per destinazione, come bene non di “appartenenza”, ma di “fruizione”, sottoposto al concorso del dominio eminente del proprietario con il dominio utile pubblico sul valore culturale della cosa, come bene funzionalmente “immateriale”.
Si passa, dunque, da un’idea statica della tutela, come riserva “demaniale” del bene culturale e come limite alla sua commerciablità e al suo uso, ad un’idea dinamica della gestione del bene culturale, imperniata sul potenziamento dell’espressione del suo valore culturale, che tende a divenire un servizio offerto alla crescita culturale del pubblico... ... 

La “riscoperta” della centralità della nozione di fruizione

Il punto di sutura di questa divaricazione, capace di ricondurre a coerenza la discussione sulla valorizzazione dei beni culturali, è costituito, nella logica del codice, dalla “riscoperta” della centralità della nozione di “fruizione” dei beni culturali.
La fruizione del bene culturale costituisce non solo il fine (uno dei fini principali) della tutela e della valorizzazione, ma rappresenta la sintesi tra funzione e servizio pubblico di gestione del bene culturale al fine di conservarlo in condizioni da poter adeguatamente esprimere il suo valore culturale, attraverso un’idonea fruizione pubblica.
La fruizione si configura, in tal modo, come servizio pubblico di offerta del bene culturale alla pubblica fruizione. ... 


Da tutto ciò è nata l'idea che le amministrazioni siano munite di uffici di organizzazione, con esperti per tutto l'ordine di problemi di cui si è parlato e che servano a dare alle amministrazioni dei giudizi motivati in ordine soprattutto all'efficacia e alla efficienza dell'attività amministrativa. …
Un'amministrazione contemporanea richiede uffici di organizzazione. Come nel secolo scorso, ad un certo momento, le amministrazioni dovettero munirsi di uffici di ragioneria di fronte alle crescenti difficoltà tecniche della finanza pubblica (le ragionerie del '700 erano ragionerie empiriche, affidate a dei pratici, e solo nell'800 viene fuori un'intera amministrazione dedicata a quel problema), così oggi la stessa vicenda si ripete per la tecnologia amministrativa. 

(Massimo Severo Giannini (1984). SCRITTI. Volume Ottavo 1984 – 1990, p. 39 – 50)









 ... Il libro medievale abbonda di componenti che derivano da organismi viventi (la carta, il legno, i fili e i tessuti dal regno vegetale; le pergamene, i cuoi, le pelli, le sete, da quello animale), pur non mancando testimonianze che originano dal mondo minerale (dai metalli delle ferramenta, ai componenti di inchiostri e colori fino all'allume usato nella concia delle pelli) … le sue strutture devono comunque garantire una funzionalità che ne renda agevole la fruizione … Se privo di funzionalità, se le strutture che tengono insieme le sue diverse componenti divengono fatiscenti, esso deve essere escluso dalla consultazione e conseguentemente non può essere “visitato” …


Si propone una classificazione che pone la “bellezza” in subordine rispetto alla complessità materiale, alla ricchezza di “saperi” contenuti in quell'oggetto, s'intende infatti mettere in luce i contenuti di cultura materiale che giocano un ruolo primario eppure di norma ignorato o perlomeno assai sottovalutato.
D'altra parte il libro è tale in quanto veicolo di un testo – che di per sé, è una componente immateriale … …


Una categoria particolare di ricercatori-archeologici del libro è quella dei restauratori … Solo poco meno di quaranta anni fa si è iniziato a legare lo studio analitico delle componenti materiali del libro con la loro conservazione e ciò ha avuto come prima conseguenza un'evoluzione delle tecniche di restauro divenute rispettose, non più soltanto del testo, ma anche della materia … qualsiasi intervento agisce sulla materia delle opere ed è dunque essa che dev'essere conosciuta in ogni dettaglio dal restauratore … Questa conoscenza è l'unica strada che gli consente di giungere al traguardo di padroneggiare consapevolmente le modificazioni della materia … … per riappropriarsi di competenze sue proprie quali, ad esempio, la comprensione dei meccanismi della degradazione, ovvero la riflessione sulla riuscita degli interventi in termini di stabilità e durabilità nel tempo con ciò determinando un'ovvia ricaduta nelle opzioni tecniche adottate negli interventi.


Il percorso virtuoso che prende il via dalle materie dei libri conduce inevitabilmente alla loro salvaguardia; del resto, a ben guardare, è questo l'uso più corretto che si dovrebbe fare del nostro patrimonio culturale; una fruizione pubblica, per quanto possibile allargata, di opere alle quali in genere accedono soltanto singoli studiosi … facendo in modo … di … assicurarne la trasmissione a coloro che verranno dopo di noi ... ...
[ ... ... Ma, riba­dito che libri e docu­menti ven­gono con­ser­vati per essere stu­diati, credo che sia il caso di sfa­tare la super­sti­zione che il degrado di que­sti beni cul­tu­rali sia acce­le­rato dalla frui­zione. Parlo ovvia­mente della frui­zione pru­dente e avver­tita: un libro antico non può essere con­sul­tato come si farebbe con un quo­ti­diano che è pro­dotto per durare un giorno. Ciò pre­messo, sta­bi­lito che è nostro dovere tra­smet­tere ai posteri il patri­mo­nio cul­tu­rale che abbiamo rice­vuto in ere­dità dai nostri padri, vor­rei far notare che anche noi siamo tra i posteri cui spetta il godi­mento di quelle testi­mo­nianze del passato.

(Carlo Federici. Le materie dei libri, in Carlo Federici, Federico Macchi. Le materie deilibri. Le legature storiche della Biblioteca Teresiana. Publi Paolini. Mantova. 2014, p. 11- 14).






Bibliografie e Biblioteche. Paralleli e difformità - (...) Dal momento che le Biblioteche riuniscono libri concreti a fini consultativi e la Bibliografia elenca libri virtuali a scopo informativo, pare inevitabile che fra le due sussista una relazione, e questa si esprime nella circostanza che entrambi hanno a che fare con i libri (...) 
Va da sé che non basta parlare di Biblioteca per sapere qualcosa di più preciso su tale entità, oltre alla constatazione che è formata da una collezione di libri. Biblioteca, infatti, è un nome comune poco indicativo sia della destinazione della raccolta che dello specifico contenuto librario; per analogia, la sua denotazione non va oltre la significatività e la precisione semantica del termine "animale" quando venga adoperato per definire specie che vanno dal canarino all'ippopotamo (...) 
Le Biblioteche possono essere recenti, e cioè istituite da pochi anni o decenni, oppure storiche - e quindi a loro volta presentarsi in tante forme e composizioni quante sono state le stratificazioni librarie rispecchianti i diversi periodi temporali e gli indirizzi che possono avere successivamente ricevuto -, generali o specialistiche o di pubblica lettura; (...) ciascuna delle rispettive collezioni rappresenta una peculiare singolarità bibliotecaria, sicché ad una ad una ogni raccolta rispetto a tutte le altre ha in comune solo il fatto elementare, e niente a fatto discriminante, di possedere, gestire, e mettere a disposizione dei libri (...) 
Il rango di metadisciplina spetta di diritto alla Bibliografia per la ragione che, dovendo inquadrare ed ordinare l'insieme dei monumenti grafici, essa è tenuta ad inglobare la totalità delle conoscenze attraverso la totalità dei documenti che posseggono natura scientifica e letteraria, escludendo tutti quegli altri che abbiano solo valore occasionale, divulgativo, di ripetizione, o di didattica elementare (...) 
Per determinare tali relazioni la Bibliografia è obbligata a tracciare, da un lato le architetture e le mappe dello Scibile, dall'altro sia la cartografia delle entità che formano i Monumenti, e cioè gli autori, le opere, e le edizioni (...) di opere letterarie o scientifiche (...) 
La comunicazione realizzata per mezzo della stampa aveva prodotto nella civiltà europea un terremoto di tali proporzioni che, al confronto, l'odierna rivoluzione informatica non rappresenta molto più che un relativamente modesto fenomeno derivato. 
Nasceva così la Bibliografia, in quanto disciplina che, delegata a raccogliere e ad organizzare la letteratura e lo scibile, si trovava anzitutto impegnata ad effettuare una selezione degli autori e delle opere che venissero sindacati come i meglio rappresentativi ed interpretativi dell'intera eredità culturale e civile (...) 
La selezione bibliografica corrisponde sul piano informativo, o se si preferisce in termini virtuali, alla selezione libraria operata nelle biblioteche, per cui una bibliografia universale equivale ad una biblioteca universale nella quale siano state riunite le opere più significative di tutti i tempi e meglio rappresentative di ogni cultura, mentre una bibliografia settoriale o specialistica equivale a delle analoghe collezioni librarie particolari o alle singole classi delle biblioteche universali (...) con la differenza essenziale (...) che la selezione libraria operata dalla Bibliografia è riferita soltanto al valore scientifico ed alla qualità letteraria, mentre l'assortimento delle opere offerte da una Biblioteca rispetta anzitutto le esigenze ed i bisogni della utenza corrispondente, per soddisfare la quale la raccolta era stata e viene allestita (...) 
E tuttavia esiste un settore delle Biblioteche - in particolare quelle di alta cultura, accademica, e specialistiche - in cui la scelta delle opere viene attuata considerando sostanzialmente anche la tradizione culturale e i progressi del sapere; per tali Biblioteche il parallelo con gli adempimenti della Bibliografia, almeno per quel che attiene alle presenze librarie, è appropriato e calzante.
In termini bibliografico-culturali altrettanto significativa è la realtà di quelle biblioteche che, anzitutto in passato, siano state allestite sulla base di un disegno programmatico, un piano di costruzione che non poteva che essere, appunto, bibliografico; per tali biblioteche basta fare alcuni nomi, delle più celebri, e citare gli esempi della Mazarina, della Passionea (ora Angelica), della Palatina di Parma, della Bunaviana, della Durantina di Francesco Maria II della Rovere ultimo duca di Urbino.
Ma in tale insieme rientra anche un gran numero di biblioteche prettamente personali (...) 
Questa la conclusione cui siamo giunti: la contrapposizione fra Bibliografia e Biblioteche passa normalmente dalle acquisizioni della Bibliografia agli investimenti ed alle applicazioni bibliotecarie; e tuttavia anzitutto per il passato soccorre all'inverso una documentazione di singole raccolte che, per la loro elaboratezza, la loro minuziosità, e la loro sapienza erudita sono in grado di rappresentare tuttora delle autentiche bibliografie nel senso più rigoroso del termine. 
Per essere in grado di rispondere compiutamente ai più vari programmi di ricerca e di informazione, la Bibliografia non dispone in genere di impianti o di apparati documentari e consultativi già predisposti: al contrario, le sistemazioni bibliografiche esistenti non possono generalmente che risultare provvisorie, contingenti, e quindi sempiternamente dinamiche. 
Ogni assembramento librario nasce in seguito ad una richiesta o ad una serie di richieste, che è appunto quel che accade normalmente nella genesi, nella formazione, nella accrezione, e nella stratificazione bibliotecaria; tolti i casi speciali di biblioteche, ad esempio quelle popolari o di pubblica lettura, che risultano modellate o ricalcanti schemi predisposti, tutte le altre configurazioni di raccolte bibliotecarie rimangono aleatorie ed imprevedibili, anche quando intendono seguire una linea di assoluta specializzazione e di stretta coerenza (...) 
Per tutto il secolo XIX e XX gli studi bibliografici hanno preferito non soffermarsi su quelli che erano state le linee critiche impostate da Gesner e avviate a soluzione da Ebert, ma, trascurando di dare apprezzamento alle opere nei termini del loro valore scientifico e letterario (...) si sono dedicati soprattutto agli aspetti bibliologici, bibliofilici, strutturali e tipografici del libro, creando distinzioni (...) anzitutto in termini di qualità e di natura antiquaria e di pregio, con l'istituzione, fra l'altro, di appositi cataloghi separati per distinte aree di di utenza (...) nessuna biblioteca ha esperito apposite indagini per dare ad esempio riconoscimento adeguato alle proprie collezioni in rapporto con i meriti, ma anche con le lacune e le mancanze, quali sarebbero risultate in base a verifiche ed a confronti sul piano bibliografico (...) 
In breve (...) La valutazione dell'adeguatezza bibliografica di una Biblioteca consiste nel riscontrarvi il possesso di quell'assortimento di opere che rappresenta la migliore selezione letteraria di ciò che la Biblioteca ha inteso offrire, (...) attraverso l'accesso e la consultazione dei libri di volta in volta necessari o adeguati. Quest'ultimo tramite soffre (...) dell'ampio margine di indeterminazione e quindi di insufficienza funzionale cui soggiacciono tutti i processi mediati da indici. 
(...) ecco che fra Bibliografia e Biblioteche sarebbe necessario che si instaurasse, con mutuo beneficio, un processo di reciprocità e di scambio informativo che entrambe stimolerebbe e accrescerebbe. 
Ne trarrebbero vantaggi decisivi sia la sostanza, che la composizione, e la struttura organizzativa delle memorie esogene della civiltà. 

(Alfredo Serrai. Natura Elementi e Origine della Bibliografia in quanto Mappa del Sapere e delle Lettere. Bulzoni Editore. Roma. 2010)







(...)  Succede facilmente che biblioteche pubbliche … mantengano solo fittiziamente la loro natura pubblica (...) È questa purtroppo la situazione generale delle biblioteche pubbliche italiane: le quali né con le raccolte né con i cataloghi né con i servizi interpretano l’autentico spirito della biblioteca pubblica; ma si limitano a essere, individualmente e localmente, o biblioteche casuali o senza volto, o biblioteche arbitrariamente e saltuariamente specializzate (...) 
"Alessandria o Babele?" ... "Oltre l’intenzione di essere biblioteche pubbliche"








sabato 5 aprile 2014

Leggere, leggersi. Con consapevolezza

Connettersi / "Leggersi": Ludoteca vs Biblioteca?
ULTIMA MODIFICA IL 6/1/2015 .



Ancora oggi, con la loro crudele secchezza, le statistiche ci dicono che non più dell'8% legge seriamente libri e giornali ... ...  
Il ritorno del libro e del vero lettore si avrà, forse fra cinquanta-sessanta anni, quando finalmente si sarà probabilmente compreso che la tecnica è una protesi, un prolungamento, un arricchimento per l'uomo, che non garantisce però, insieme con quello elettronico-meccanico, il progresso intellettuale e morale ... 
C'è il piacere della lettura. ... Leggere significa anche, e forse in primo luogo, leggersi, autoauscultarsi, guardare fuori di sé per tornare dentro di sé, trasformati. ... c'è dunque il piacere, ma anche la fatica di leggere ... 
Leggere non è un'esperienza passiva. ... Per questo, il piacere di leggere è correlativo alla fatica di leggere. Oggi non si legge perché si è distratti, incapaci di concentrazione sulla pagina, imbambolati davanti allo schermo e alle sue immagini colorate ... 
La logica analitica della lettura è stata battuta dalla logica dell'immagine sintetica ...  Il piacere di leggere, forse, è stato soffocato dalla seduzione dell'immagine ... 
Siamo in presenza ... di un radicale cambiamento non tanto e non solo di modi di fare, bensì delle modalità e delle coordinate del pensare. L'accumulo e la velocità dei flussi informativi rendono di fatto impossibile padroneggiare razionalmente le informazioni e costruirsi una propria tavola delle priorità. C'è uno schiacciamento sull'immediato che sembra provocare o quanto meno a poco a poco portare alla obsolescenza della consecutio temporum e al predominio dell'hic et nunc. ... 
La memoria è sotto attacco ma in modo insidioso. Viene sgretolata dall'interno mentre, in apparenza si presume o si pretende di aiutarla. In realtà, la memoria viene dichiarata e ritenuta obsoleta. ... Ma senza memoria l'essere umano si svuota ... L'apparente simultaneità e scioltezza con cui possono sperimentare e ottenere informazioni e immagini con una varietà di mezzi tecnici, che funzionano senza sforzo e sempre in tempo reale, rendono desuete la scelta, l'attenzione e la concentrazione. ... 
La cultura cessa di essere auto-coltivazione. ... Dai “social-network” all'uso generalizzato del tablet stanno emergendo e minacciano ormai di occupare tutta la scena gli eterni adolescenti, i “tecnobambini”, ... i “frenetici informatissimi idioti”. ... ... 
L'immagine non ha bisogno di parlare. ... il messaggio iconico prescinde dalla variabilità storica. ... È auto-evidente e nello stesso tempo dotato di un temibile potere ipnotico a portata universale ... 

(FrancoFerrarotti. La parola e l'immagine. Solfanelli. Chieti 2014)




La buona lettura non ha bisogno di questi atteggiamenti pseudodemocratici di degnazione paternalisticamente condiscendente ... Cultura vuol dire in primo luogo consapevolezza, quindi capacità di valutazione globale delle situazioni umane specifiche, storicamente determinate. ... È l'espressione del ritorno critico su di sé di cui sembra che dispongano gli esseri umani a differenza degli animali ... 
Ma la teconologia è una perfezione priva di scopo. Ci insegna quali sono le istruzioni per l'uso. Ci spiega come. Non dice assolutamente nulla sul perché. Per questa ragione, il primato del discorso tecnico ... trasforma i valori strumentali in valori finali. Fa convivere progresso materiale e barbarie interiore. ... 
È fondata la preoccupazione di coloro che temono che ... le reti comunicative planetarie che la «rivoluzione digitale» ci promette e in parte già oggi ci fornisce, finiscano per «cancellare» la storia. Siamo nella paradossale situazione di persone che sono nello stesso tempo poste in grado di informarsi di ciò che avviene, letteralmente, in tutto il mondo, e che si ritrovano, nella loro quotidiana realtà esistenziale, orfane, figli di nessuno, in balia di forze che non riescono a controllare e che molto spesso neppure conoscono. Essere schiacciati nel presente equivale in definitiva ad essere annullati come soggetti pensanti ... 
L'immagine è sintetica e non ha nulla a che fare con il discorso analitico, cartesiano, della carta stampata. Poiché è sintetica, l'immagine lavora sull'emotività, dello spettatore, fa primeggiare in lui la reazione emotiva sul ragionamento deduttivo. ... 
La lettura lenta di un tempo è ormai considerata un vizio assurdo, quindi imperdonabile, nel caso migliore un lusso inaccettabile nel mondo dell'utilità immediata ... ... 
Scrigni abbandonati per strade polverose o negli anditi bui delle case e della storia, i libri sono i custodi discreti, silenziosi delle parole. Attendono pazienti i loro lettori, attendono coloro che li faranno parlare, che sapranno ascoltarli, raccolti, concentrati, in silenzio 

(Franco Ferrarotti. Leggere, leggersi. Donzelli. Roma 1998)






Non si sono aperti nuovi orizzonti per la lettura dei testi in un nuovo formato; questa lettura è stata invece rubata. ... 
Per riassumere queste considerazioni, il libro di carta presenta una serie di vantaggi cognitivi proprio là dove gli si vogliono imputare dei limiti tecnologici che l'ebook supererebbe: la linearità che permette di semplificare la comprensione, l'offrire gli argomenti nello spazio di una pagina stabile e non scorrevole che permette di tenere sott'occhio molti pensieri alla volta, l'isolamento relativo rispetto ad altri artefatti cognitivi che potrebbero entrare in concorrenza con la lettura, lo stesso peso fisico del libro come fonte di informazione. Trasferito su un supporto digitale, il libro diventa un'altra cosa, perché entra in competizione con concorrenti agguerriti e predatorii. ... 
Se l'informazione è letteralmente dovunque, nell'aria intorno a noi, qual'è il vantaggio di una biblioteca? Per rispondere in modo lungimirante dobbiamo di nuovo pensare alla protezione dell'attenzione. ... Se le biblioteche vogliono veramente attrarre nuovi lettori, o aiutare gli utilizzatori esistenti a difendere la lettura, non dovrebbero (soltanto) imbottirsi di nuove tecnologie, Wi-Fi, schermi, ma approfittare del vantaggio che hanno rispetto alla casa e al telefonino. Come la scuola, sono anch'esse spazi protetti. 

(Roberto Casati. Contro il colonialismo digitale. Laterza. Bari 2013)




È proprio vero che il bibliotecario è quella persona dall’aria dimessa e triste, che passa le giornate a mettere a posto i libri sugli scaffali e a redarguire gli utenti refrattari al silenzio? Pare di no, almeno a giudicare da questo libro, nel quale i bibliotecari e le bibliotecarie sembrano si stiano liberando dalle schiavitù degli antichi stereotipi, per vivere una vita professionale molto intensa, a diretto contatto con la comunità nella quale operano: con i lettori da conquistare ogni giorno, con gli sponsor da convincere a sostenere le attività della biblioteca, con le tante connessioni da attivare tra le istituzioni, i singoli, i gruppi, per creare partnership di progetto.
Per loro la biblioteca non è un rifugio sereno dai contatti con il mondo, ma è la base di lancio per creare relazioni, condividere attività, mettere la biblioteca a disposizione della città, incrementando nella gente la consapevolezza del valore strategico e insostituibile dei suoi servizi.
Pensato espressamente per i non addetti ai lavori, il libro racconta in modo semplice ma convincente le diverse “faccette” del lavoro nella biblioteca pubblica, evidenziando il richiamo a quei valori fondamentali che offrono al bibliotecario l’opportunità di vivere una esperienza umana e professionale di grandissimo spessore, nonostante le difficoltà e gli intoppi che, specie nel nostro Paese, mettono ogni giorno a rischio la sopravvivenza stessa delle biblioteche e rendono più arduo che altrove l’accesso a nuove posizioni di lavoro. 





Lo sviluppo travolgente del web e dei social media sta rivoluzionando molte delle certezze acquisite in tema di comunicazione, imponendo un vero cambio di paradigma nel modo di pensare e di proporre i servizi e le pratiche bibliotecarie.
I temi della condivisione/collaborazione interna, della conoscenza come proprietà della rete, dell’ascolto dell’altro e dei riti dei social come nuova esperienza di dono alla rete, rappresentano l’occasione per sviluppare nuovi comportamenti di comunicazione partecipativa che permettono di vivere il web come risorsa globale condivisa. I bibliotecari hanno le giuste motivazioni per operare in questa realtà? Sanno che strumenti adoperare per appellarsi all’immaginario del pubblico e rinsaldare la loro etica identitaria? Sono consapevoli del confine tra la componente personale ed emotiva che riversano nella pratica di scrittura sui social e il ruolo istituzionale che ricoprono?
Il libro è una guida che, attraverso la descrizione dei diversi social network, degli strumenti e delle strategie da adottare, vuole rispondere a queste domande, con un'attenzione sia agli aspetti teorici che pratici, nell'ottica di fornire alle biblioteche qualche coordinata per orientarsi meglio in uno scenario in continuo cambiamento. 






Si è molto insistito sulla contrapposizione biblioteca pubblica / biblioteca storica ... Credo d'aver partecipato anch'io a quest'insistenza, tanto tempo fa. Se è così, me ne pento, e sono ansioso d'una ritrattazione ... Penso ora che nessun provvedimento sarebbe più nefando che spezzare in due, per così dire, le biblioteche: da una parte i fondi storici, dall'altra i fondi "da biblioteca pubblica", in vista di un diverso modo di gestirle ...
Se una missione c'è per i bibliotecari di biblioteche storiche o della parte storica d'una biblioteca, non è certo quella d'imitare i colleghi della biblioteca moderna; ma di portare a grado a grado questi su una diversa posizione: una posizione comune su che cos'è un documento, che cosa significa, che cosa si deve farne ...
Va ricercata l'unità. Che non è necessariamente unità fisica, e che poi non è soltanto l'unità all'interno di una biblioteca che si presuppone dotata di due anime, fenomeno già dubbio in natura; ma è l'unità all'interno dell'intero mondo bibliotecario ...
va riformato un modo di vedere che appartiene ancora a troppi di noi: vedere nelle biblioteche storiche solo una delle tante specie di museo e nelle biblioteche pubbliche solo un mercato d'informazioni non potrà essere ancora a lungo il fondamento del nostro lavoro.
Se le biblioteche reggeranno il confronto con gli strumenti moderni e continueranno a esercitare le loro funzioni sarà proprio per questo, perché saranno riuscite a rappresentare l'unità e la continuità storica della cultura.

(Luigi Crocetti. Una cultura di servizio per le biblioteche storiche? “IBC. Informazioni commenti inchieste sui beni culturali”. 2004: 







domenica 17 novembre 2013

Conservazione al servizio della Fruizione (spunti)

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ULTIMA MODIFICA IL 25/02/14


“Conservation is vital - if items are not in a fit condition to be handled then they cannot be used. Your support will help us to treat items and return them to the shelf quickly.” 

Cordelia Rogerson 
Head of Conservation

"Our collections are in constant use. Last year 4 million items alone were called up in our Reading Rooms... we keep our collections fit for purpose and in the best possible condition so that they can be available for everyone’s enjoyment, both now and in the future."




ANTHONY PANIZZI
ITALIAN PATRIOT
PRINCIPAL LIBRARIAN
1856 - 1866

"Quando Panizzi divenne, nel 1831, assistent librarian al British Museum "l‘idea che un museo esiste sopra tutto per la delizia di chi lo custodisce era allora, anche in Inghilterra, un sottinteso comune": meno erano i visitatori più il bibliotecario era contento, a cominciare dal direttore sir Henry Hellis. …
La sua visione delle cose indubbiamente è di stampo illuministico-riformatore e ha radici nel paese d‘origine: proprio a Reggio Emilia i suoi impazienti compaesani, un anno avanti ch‘egli nascesse, non avevano atteso l‘arrivo dei francesi per proclamare la repubblica e, come primo provvedimento di carattere istituzionale, avevano creato la "Libreria nazionale" (1 novembre 1796) ...
Il British Museum, secondo Panizzi, non poteva accontentarsi di restare puramente un luogo di esposizione di cimeli ma doveva diventare un‘istituzione "for the furtherance of educational, for study and research"; se il pubblico sembrava pressoché indifferente a tale prospettiva ciò era dovuto alla mancanza di un vero servizio e della strumentazione necessaria ...
Non era solo un proposito … ma ancora prima un principio di libertà e giustizia da attuarsi in quello "Stato di diritto" già vagheggiato dal carbonaro di Brescello e riaffermato nel pamphlet contro i processi del governo estense. Un principio che suonava rivoluzionario, a metà Ottocento, anche nella liberale Inghilterra; che in Italia solo trent‘anni fa ha trovato posto sulla carta costituzionale e attende ancora di essere tradotto in pratica"

[Luigi Balsamo, 1979]










Quante volte avete sentito dire all'ingresso di una piccola biblioteca antica o di una sala "riservata" di quelle più grandi: "No. I nostri [ i loro?? ] libri non li possono leggere tutti perché si sciupano!" ?
Il primo pensiero che viene a chi riceve questo rifiuto ad accedere non a un libro in evidente precario stato di conservazione ma a una raccolta di "beni culturali", a un'intera biblioteca Pubblica è: "Ma allora a che (a chi) serve questo Servizio Pubblico? e lei che non vuole farmi leggere i libri che ci fa qui? Perché riceve uno stipendio dallo Stato se non offre alcun servizio, anzi lo impedisce???".....

Voglio provare a mettere insieme qualche spunto di riflessione su cosa siano oggi la prevenzione e la conservazione del libro e cosa dovrebbero e potrebbero essere se gli attuali responsabili delle biblioteche si dessero l'obiettivo (come richiede la Legge) di coniugarle con la "valorizzazione" e la "promozione", e quindi, di metterle al servizio della fruizione da parte di un pubblico di lettori il più vasto possibile.
Naturalmente qui l'ottica potrà essere solo quella dell'utente, che non ha accesso al back-office delle biblioteche, non dell'esperto di conservazione o del restauratore (perciò contributi "professionali" sarebbero graditi...). Da questo punto di vista, sembra utile affiancare alla descrizione delle prassi osservabili nelle sale di lettura delle biblioteche quanto si trova descritto nella letteratura specializzata sulla "manipolazione" e sul corretto uso del libro da parte dei lettori.



Partiamo riproponendo un brano di Alfredo Serrai:

"Una Biblioteca, che si caratterizzi come pubblica, è tenuta a soddisfare due obblighi: il primo è quello di mettere a disposizione dell'utenza, con le modalità più larghe e liberali, le raccolte librarie di cui si trova dotata; il secondo è quello di tutelare quello stesso materiale librario in maniera che non soffra danneggiamenti, né per l'uso né per l'azione di fattori comunque nocivi, quali umidità, temperatura, inquinamento chimico, insetti, ecc. ...
Una delle soluzioni - la più comune anche perché la più agevole - è quella di dividere la Biblioteca in due settori spesso rigidamente distinti: ... le notizie sulle edizioni incunabulistiche normalmente neppure compaiono nel catalogo generale per autori. ...".

La principale misura per assicurare la conservazione del libro nelle nostre biblioteche antiche è infatti basata sulla limitazione del numero di lettori. La soluzione è così grossolana, generica e indipendente dallo stato effettivo di "conservazione" del libro che si può dire si basi solo su pregiudizi "sociologici" che non solo sono privi di fondamento tecnico-professionale, ma mettono anche in secondo piano l'applicazione delle regole per una corretta manipolazione.



Prendo ad esempio la BNCF:  Non è scritto da nessuna parte ma dall'organizzazione dei servizi traspare chiaramente che un libro precedente agli ultimi 80 anni circa deve essere consultato il meno possibile, a prescindere dall'effettivo stato di conservazione. Quindi non può essere letto da chiunque. A questo fine non viene distribuito nella Sala Lettura, quella "aperta a tutti", ma solo nelle sale "riservate" dove possono accedere esclusivamente i non meglio definiti "studiosi".
Una simile regola sembra comprendere implicitamente tutte quelle suggerite dalla letteratura specializzata per una corretta manipolazione del libro. E' come se si dicesse, ad esempio, che ogni studioso che entra in sala "riservata" ha sicuramente le mani pulite e inoltre sicuramente, ogni volta, dopo aver letto un libro prima di passare al successivo scende dal primo piano fino al piano interrato per lavarsi le mani. Non posso dire nulla, naturalmente, sullo mani degli "studiosi" quando entrano in Bncf, ma chiunque può verificare che non esiste l'abitudine di passare dai bagni posti al seminterrato della biblioteca prima di salire nelle sale "riservate". Quindi, in qualunque modo i responsabile della Bncf abbiano deciso di comunicare le regole per una corretta conservazione durante la manipolazione del libro, sicuramente queste non sono applicate in pieno (e di questo è consapevole anche la Direzione della biblioteca, che evidentemente preferisce affidarsi alla "selezione" all'ingresso degli utenti).



Anche riguardo le regole per prevenire i rischi della luce solare che, in certi casi, può alterare gli inchiostri non pare ci siano delle efficaci procedure di tutela. Si può facilmente osservare che proprio nelle Sale "riservate" la luce è più intensa per la presenza di ampie vetrate (nella Sala Lettura del piano terra, invece, la luce filtra attraverso un lucernaio e vi sono anche dei piccoli bagni adiacenti alla sala ma qui si danno in lettura, agli utenti "non-studiosi", solo i libri più recenti). Vi sono naturalmente anche delle grandi tende ma gli utenti abituali sanno che non si possono toccare e devono essere manovrate solo dai bibliotecari (anche quando il Sole spunta improvvisamente da dietro una nuvola). Questi d'altronde solo occasionalmente sono presenti in sala e vanno eventualmente chiamati dagli utenti.
La presenza o meno di bibliotecari durante la lettura è forse uno degli indicatori migliori per capire come la biblioteca garantisca l'applicazione delle buone pratiche di manipolazione.



Nel momento della "sorveglianza" poi le regole per prevenire un eccessivo deterioramento (l'utente che segue il testo con il dito sulla pagina) si possono sovrapporre alle regole per prevenire atti di vandalismo (l'utente che prova a strappare una pagina). Anche qui, è facile osservare che solo nella seconda delle tre stanze adiacenti che compongono la Sala Consultazione vi è (anche se non sempre) una persona addetta alla sorveglianza. Stranamente però ha davanti a se un monitor. In sala Manoscritti, invece, sono spesso più di una ma può accadere che non siano in postazioni separate ma accanto, il che permette che, a volte, si distraggano parlando tra loro e distogliendo lo sguardo dai lettori. Se si pensa al brevissimo tempo che occorre per sottolineare un rigo, raschiare una miniatura o per strappare una pagina si capisce quanta attenzione richiederebbe invece una adeguata sorveglianza. La sala Lettura, invece, è da anni totalmente spresidiata e questo è sorprendente perché non è detto che un libro più recente sia in ottimo stato di conservazione e comunque la biblioteca dovrebbe comunque organizzare la prevenzione contro gli atti di vandalismo sul libro.
Ecc., ecc., ecc.



Una prima osservazione di fondo è quindi che, per la conservazione del nostro patrimonio librario, la soluzione della divisione tra sale, soluzione che Serrai ha giustamente descritto come più comune e agevole, così come è attuata sembra confondere o sovrapporre le esigenze della sicurezza, contro furti e danneggiamenti non involontari, a quelle della prevenzione e conservazione durante la normale manipolazione.
Questo in parte si nota anche nella letteratura sulla prevenzione e conservazione. Qui i divieti contro veri e propri atti di vandalismo (non sottolineare i libri, ecc.) e contro i maltrattamenti si affiancano alle regole per limitare al massimo il normale deterioramento (lavarsi spesso le mani, anche per evitare di passare la polvere da un documento all'altro, ecc.) e per una manipolazione non solo corretta ma delicata (toccare il documento il meno possibile; non usare il dito per seguire la lettura del testo, ci sono apposite strisce di carta; volta la pagina con molta attenzione, ecc. ).
[Vedi:  Using Collection,  Raccomandazioni per la Tutela,  Manipolazione dei Materiali Librari,  Prevenire è meglio che curare, Using Gloves, Using Books, Principi dell'’IFLA p. 39 - 42, 6. Prevenzione, p. 113 - 126]
In questo caso però, più che un effetto sostituzione (che arriva all'estremo di impedire la fruizione) delle regole per la prevenzione con quelle originariamente ispirate da esigenze di sicurezza, si rischia forse un affievolimento della capacità di "comunicare" agli utenti come realizzare quell'attenta manipolazione del libro che la renderebbe sostenibile anche a favore di un vasto pubblico. Ma si rischia altresì di far percepire all'attuale, seppur ristretto pubblico delle sale riservate (che non si auto-identifica con un vandalo e quindi trascura tutte le norme relative), di scarsa importanza, semplicemente auspicabili e alla fine facoltativi quegli accorgimenti e quei divieti di azioni che ripetute nel tempo porteranno a veri e propri danneggiamento del libro .




Già da queste prime osservazioni pare opportuno analizzare i vantaggi di un eventuale cambio di prospettiva. Partire direttamente dalle esigenze per una manipolazione accurata e costruire attorno ad esse le migliori condizioni per la lettura del libro. Una volta assicurate queste, provare a riflettere se mantenere la regola di limitare ("selezionandoli" in qualche modo) il numero dei lettori "autorizzati" alla fruizione nelle biblioteche antiche sia ancora una esigenza primaria per la conservazione del libro.
In quest'ottica, sorprende ad esempio che nelle biblioteche antiche, a parte "avvisi" in varie forme (ad esempio in Bncf con salvaschermi e segnalibri), manchino vere attività di formazione dei lettori su una manipolazione attenta dei libri. Si ritiene evidentemente che la selezione "per titoli" del "tipo" di lettore all'ingresso delle sale riservate le renda superflue: ipotesi evidentemente falsa a meno che riguardi esclusivamente chi possa vantare il titolo di restauratore!



Mi riferisco a esemplificazioni pratiche progettate da esperti di "conservazione" o restauro ma tenute (e sponsorizzate?...) non da arcigni sorveglianti che elenchino dei divieti ma da veri e propri "bibliofili" (i librai antiquari?),



in grado di trasmettere anche la storia, la passione (e alla fine il rispetto) verso il documento come oggetto, come manufatto. E davanti a libri rappresentativi dei diversi possibili "fattori di rischio" o punti deboli (legature antiche, carta delicata, inchiostri instabili, difficoltà nello sfogliare o tenere aperta la pagina, formati insoliti, ecc., ecc., ecc.).



Mentre gli atti di vandalismo andrebbero trattati a parte, nei regolamenti interni, accanto a sanzioni significative, da applicare senza eccezioni.




...   ...   Forum Restauro e Conservazione/ Carta/ Manipolazione del libro









"Circa trent‘anni fa, quando iniziai a svolgere un‘attività archeologica amatoriale nella chiesa di San Clemente, scoprii nella chiesa inferiore un pavimento a mosaico che era rimasto nascosto alla vista da epoche remote. Fui ripreso però da uno dei miei confratelli Domenicani che risiedevano da lungo tempo a San Clemente, il quale sosteneva che io non avrei dovuto rendere manifesto il suddetto pavimento, ma lasciarlo com‘era e conservarlo per la posterità. Ma non facciamo parte anche noi della posterità? Fortunatamente quel pavimento, accuratamente transennato, è visibile al giorno d‘oggi alla generazione presente della posterità …
Quattro anni fa giunsi alla Biblioteca Vaticana dopo venticinque anni di insegnamento della paleografia latina, e scoprii molto presto che esistevano alcune limitazioni nel permettere l‘accesso ai manoscritti per gli studenti della Scuola di paleografia, basate sul concetto che la Biblioteca ha il dovere di conservare le sue collezioni per la posterità … Tutto ciò e la mia esperienza come archeologo dilettante, mi hanno portato a riflettere, seppure superficialmente, sul problema della conservazione e sullo slogan, perché probabilmente di tale si tratta, di “conservare per la posterità”. Ora, io penso sia meglio partire dal passato, dato che ciò che s‘intende realmente per "conservare per la posterità" non è "conservare ciò che abbiamo nel presente per la posterità", ma "conservare per la posterità ciò che il presente ha ereditato dal passato" … Ma a nessun livello si può invocare la "conservazione per la posterità" come principio primo o esclusivo, se con questo s‘intende conservare per le future generazioni con esclusioni e limitazioni per quella presente. In relazione al passato tutto è posterità e la generazione presente fa parte della posterità altrettanto quanto quella futura.
Ciò di cui dovremmo realmente prenderci cura è in realtà il passato nel presente, non il passato in vista del futuro … Mantenere un equilibrio tra uso e conservazione non è affatto facile … La conservazione, in effetti, è divenuta un problema così pressante ai nostri giorni che, occasionalmente, si può essere tentati di prestare maggiore attenzione alla conservazione per le future generazioni che all‘accesso liberale o a qualsiasi tipo di accesso ai manoscritti nel presente … Il vero problema con lo slogan "conservare per la posterità" è che una volta che questa "conservazione per la posterità" è ritenuta compiuta, ci si può sentire inclinati a sedersi felicemente: il futuro è assicurato. Questo non è abbastanza. Si deve anche rendere giustizia al presente.
In prospettiva ciò a cui si deve puntare è di conservare per la posterità ciò che abbiamo ereditato dal passato e di cui non è negato l‘uso alla generazione presente della posterità. Questa è una sfida più grande e più responsabile di quella di conservare semplicemente per la posterità. “Conservare per servire sarebbe uno slogan migliore di quello di "conservare per la posterità". Perché esso copre tutte le generazioni dei futuri curatori della salute dei manoscritti e non semplicemente un futuro che è più facile da servire perché sconosciuto" ... ...

[Leonard E. Boyle, 1988]




"In questa prospettiva si è collocato l‘invito del convegno a studiare le possibilità di una migliore valorizzazione dei fondi librari antichi delle biblioteche, quella parte cioè del patrimonio librario troppo spesso considerato 'materiale di valore' da conservare come eredità del passato per la delizia di un gruppo ristretto di studiosi, anziché come documentazione ricca di molteplici testimonianze, ossia beni culturali per tutti secondo la recente definizione. … Questa visione era ben presente a Panizzi …
Il concetto, tutt‘ora valido per le nostre biblioteche e per la tutela pubblica, dev‘essere perciò quello di rendere disponibile all‘uso pubblico i libri diversamente inaccessibili alla maggior parte dei cittadini per ragioni sia di costo che di rarità … il fine resta in ogni caso, attraverso la tutela del libro, quello di garantirne l‟uso da parte del pubblico. ... E lo scopo comune è rendere effettivamente indispensabili e disponibili da parte del pubblico i beni librari esistenti nelle biblioteche di tutti i tipi non escluse, per certi aspetti e entro limiti precisi, anche le raccolte private di eccezionale interesse pubblico: questo il significato primo del termine "valorizzazione" …
La tradizione rinvigorita da Gesner a Leibiniz, dal Naudé a Paciaudi, poi instaurata al British Museum per opera del Panizzi, si affievolì nel continente europeo quando le biblioteche, sopraffatte dall‘ingente quantità di fondi espropriati in varie circostanze, si rinchiusero in se stesse giungendo spesso a finalizzare i loro compiti tecnici al libro – oggetto di valore – mentre il lettore comune a volte venne riguardato con diffidenza o addirittura con fastidio... .. [1981]



Perciò la biblioteca di oggi deve aggiornare tecniche e metodi in questa più ampia visuale per essere in grado di assolvere la sua funzione sociale, che rimane quella di sempre in forme però adeguate alle richieste del nostro tempo, intensificate, più esigenti, ma soprattutto socialmente più estese" [1980] ... ...

[Luigi Balsamo, 1980 - 1981]




CODICE DEI BENI CULTURALI  (2004) Articolo 101. Istituti e luoghi della cultura. … 2. Si intende per: ... “biblioteca”, una struttura permanente che raccoglie e conserva un insieme organizzato di libri, materiali e informazioni, comunque editi o pubblicati su qualunque supporto, e ne assicura la consultazione al fine di promuovere la lettura e lo studio."










"PROPOSTE / Come caotici e polverosi depositi di libri potrebbero trasformarsi in efficienti banche dati

Perché non affidiamo le biblioteche ai privati?
di VALERIO RIVA

Meno Stato e più mercato? ... Sì? E allora ecco qua un'altra proposta, urgente: privatizziamo le biblioteche...
Facciamole guidare una buona volta non più, dal principio della noia, del segreto, dello sperpero, della polvere ma dell'utilità del servizio, della convenienza del cliente, del profitto dell'imprenditore.
Sarà uno choc, al principio. E sia pure. Ma per favore, togliamole di mano più in fretta che possiamo al ministero dei Beni Culturali, alle beghine del Centro nazionale per il Catalogo Unico, alle vedove dell'Associazione Italiana dei Bibliotecari, a tutte quelle patetiche pinzochere, che da vent'anni pestano l'acqua nel mortaio ... Mandiamo le pinzochere a casa. E mettiamo le biblioteche, come si usa in tutto il mondo, in mano agli ingegneri.

Esagerati? Ma no. Fate anche soltanto l'esperimento che ho fatto io, e vi renderete conto. Andate alla Public Library di New York, all'angolo della 42th strada; e subito dopo alla Biblioteca Nazionale di Roma. Voi entrate alla Public Library di New York e nessuno vi ferma, neanche con un dito. Alla Biblioteca Nazionale di Roma dovete riempire una domanda, mostrare un documento, strisciare con la lingua penzoloni davanti a un usciere annoiato che vi scruta da dietro una garitta. Alla Public Library di New York, la prima cosa che dovete fare è andare a un tavolo con cinque monitor, digitare l'oggetto della vostra ricerca - Freud, Italy, Reagan, Petrarca - e venti secondi dopo avete una completa bibliografia scritta. Poi andate a uno sportello e vi fate dare quattro o cinque schedine ... Consegnate le schedine a uno sportello. Vi danno un numerino. Vi sedete su una lunga panca. Davanti a voi c'è un quadro luminoso. Tre o quattro minuti dopo si accende un numero, il vostro numero. Vi alzate, e vi consegnano il libro o i libri che avete chiesto.
Non avete che da leggerli... ...
Cercate di fare la stessa cosa a Roma ... ...

Se protestate vi rispondono che alla Biblioteca nazionale sono stufi di avere il pubblico tra i piedi: e un giorno o l'altro chiudono e finalmente si dedicheranno a quello che è il sublime compito a cui sono state chiamate tutte quelle esimie pinzochere dallo Stato Italiano: redigere il sacrosanto, divino, irripetibile Catalogo Unico Nazionale. Cioè: niente.
Per questo sublime scopo, cioè perché voi non possiate consultare i libri, lo Stato spende da anni decine di miliardi. Il 90 per cento dei quali è sfumato ormai in stipendi...

Eppure Roma ha centinaia di biblioteche ... Una irripetibile fonte di energia culturale. E un grosso affare, per gente che di affari se ne intende.
Basta solo fare quattro conti. A Roma una fotocopia alla Biblioteca nazionale costa 100 lire. Alla Public Library di New York, 500. Per fare una ricerca di livello medio, a New York basta un giorno. A Roma ci vuole un mese. Negli Stati Uniti si può fare una ricerca per posta. In Italia ci si deve trasferire, pagare un albergo o una pensione, mangiare un mese al ristorante. Ecco già il margine utile per un'imprenditore.
Il patrimonio resterebbe allo Stato, all'imprenditore toccherebbe l'utile, ma anche le spese di conservazione e restauro. Lo Stato riscuoterebbe un affitto invece di profondere miliardi a vuoto. Le pinzochere si dedicherebbero ai nipotini. E io e voi potremmo finalmente leggere i libri."

[ da, Corriere  della Sera/13. Corriere Cultura. 21/05/1986 ]










l'opinionista lettore 
DINO SIMONE 
Firenze 
LE BIBLIOTECHE 
E I PRESTITI RACCOMANDATI

IN QUESTE settimane Bray si sta occupando delle biblioteche del Ministero Beni Culturali: alla Nazionale (dopo la pioggia infiltratasi fino ai libri) nel 2014 arriverà un milione di euro per ristrutturare il tetto e la sede. Allora i tempi sono maturi per occuparsi meno delle emergenze e tornare a parlare dei libri e dei loro lettori. Quanti dei fiorentini in grado di indicare il nome di almeno un'opera conservata negli Uffizi possono fare altrettanto per un libro conservato nelle quattro biblioteche antiche della loro città? La risposta (percentuali dello zero virgola qualcosa) deve far riflettere e bisognerebbe cominciare a pensare almeno a cancellare le biblioteche piccolissime e sconosciute per fonderle alle due maggiori, Nazionale e Marucelliana, ottimizzando il costo delle strutture e il lavoro del personale. Le cause profonde di questa separazione dalla città delle nostre biblioteche antiche stanno in un anacronistico modo di intendere le loro funzioni. Quelle statali in realtà non si comportano come biblioteche pubbliche. L’accesso dei lettori al patrimonio librario continua a essere limitato dai vecchi, aboliti, criteri. Per chi non ha avuto l'esperienza diretta di sentirsi chiedere una "lettera di presentazione di un professore" (una raccomandazione!) basta andare sulle loro pagine internet per sorprendersi nello scoprire che quegli "Istituti culturali" si comportano ancora come biblioteche riservate ai docenti delle università: come prima del loro passaggio al Ministero voluto da Spadolini non solo per "conservare" ma soprattutto per "promuovere", "valorizzare" far apprezzare i nostri beni culturali.
Allora, passata l'emergenza, la prima cosa da fare è abolire quelle regole preistoriche che impediscono ai fiorentini di conoscere i libri lì conservati. Poi occorre mettere mano alla "valorizzazione", ossia creare le condizioni che effettivamente rendano possibile la "fruizione" di quei tanti libri ancora oggi vietati e tenuti nascosti. Le biblioteche, quando sono fatte per i cittadini, devono essere aperte la sera e il sabato pomeriggio. 

[ LA  NAZIONE   SABATO 7 DICEMBRE 2013. Pag. 16 ]








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